Quando è il Momento Migliore per Sterilizzare il tuo Cane

I Cani che Vivono nei Canili, Vengono Regolarmente Sterilizzati prima dell’Adozione

Un cane in sovrappeso

“Lo studio solleva sfide uniche – afferma la coautrice Lynette Hart, professore presso la UC Davis School of Veterinary Medicine – alla gente piace adottare cuccioli dai rifugi, ma con razze miste potrebbe essere difficile determinare quanto diventerà grande il cane, se non si sa nulla dei genitori”.

Se hai adottato un amico a quattro zampe da un rifugio o da un’organizzazione di soccorso, sai che la maggior parte dei cani, indipendentemente dall’età, vengono sterilizzati prima di essere dati in adozione.

Gli allevatori spesso includono anche un futuro impegno di sterilizzazione / castrazione nei loro accordi contrattuali, con gli acquirenti dei loro cuccioli. I coautori dello studio raccomandano che i rifugi, gli allevatori e le organizzazioni di soccorso, considerino l’adozione di uno standard di sterilizzazione / castrazione a più di un anno di età, per i cani che diventeranno di taglia grossa una volta adulti.

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Credono anche che il loro studio, sia particolarmente rilevante, per le persone e le organizzazioni che allevano cani guida. L’esperienza nei rifugi, però, porta a dire che non è saggio il suggerimento di aspettare per sterilizzare i cani. I cani, infatti, non dovrebbero essere in grado di riprodursi quando lasciano il rifugio, ma dovrebbero però avere regolarmente sistemi ormonali funzionanti, che non vengono alterati in modo permanente dall’intervento di sterilizzazione. Ciò significa che i veterinari devono imparare tecniche chirurgiche alternative, per raggiungere entrambi gli obiettivi.

È Tempo per un Cambio di Paradigma nella Decisione di Sterilizzate oppure no un Cane

Come nel caso del precedente studio effettuato, questo copre solo alcuni disturbi articolari e tumori che si verificano nei cani.

Ci sono diverse condizioni di salute aggiuntive legate alla castrazione, oltre a problemi comportamentali. Negli Stati Uniti, sterilizzare e castrare i cani è considerata la cosa giusta da fare per prevenire la sovrappopolazione di animali domestici e tutti i problemi associati. Queste procedure vengono in genere eseguite prima dei sei mesi di età.

Come lo studio menzionato precedentemente, anche questo mette i freni sulla sterilizzazione, e in particolare su quella automatica, trasversale, precoce e suggerisce invece che i proprietari dei cani considerino attentamente quando e se dovrebbero avere il loro animale domestico castrato. “Riteniamo che sia la decisione del proprietario dell’animale domestico, in consultazione con il veterinario, non le aspettative della società che dovrebbero determinare quando sterilizzare – ha detto Hart. “Questo è un cambio di paradigma per l’operazione più comunemente eseguita nella pratica veterinaria” 

Le Nostre Raccomandazioni per la Sterilizzazione dei Cani

L’approccio giusto è quello di lavorare con ogni proprietario, per prendere decisioni che forniscano i maggiori benefici per la salute e il comportamento del cane. Quando possibile, è preferibile non sterilizzare i cani. Tuttavia, questo approccio richiede che il proprietario del cane sia responsabile e impegnato ad impedire l’accoppiamento del suo animale (a meno che il proprietario non sia un allevatore responsabile e quindi è questo l’obiettivo).

Purtroppo capita che i veterinari del rifugio non hanno il tempo o le risorse per costruire un rapporto con ogni famiglia adottiva, quindi gli animali a loro affidati devono essere tradizionalmente sterilizzati e castrati (fino a quando i veterinari del rifugio non imparano tecniche diverse) prima dell’adozione per prevenire cucciolate indesiderate.

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Cosa Fare quando si Adotta un Randagio
Un'altro cane in sovrappeso

La scelta migliore, quando si adotta un cani, sia un randagio che uno preso da un canile, è quella di sterilizzarlo, ma senza castrarlo, in modo che i testicoli o le ovaie possano continuare a produrre ormoni essenziali per la salute e il benessere del cane.

Ciò può essere ottenuto tramite vasectomia o isterectomia (che elimina il rischio di piometra). Raramente si è visto che, cani maschi più anziani e non castrati, sviluppano un’iperplasia prostatica benigna da moderata a grave (prostata ingrossata), che può essere migliorata con la sterilizzazione convenzionale.

Le femmine non castrate, invece, possono anche essere a rischio di piometra con l’avanzare dell’età. In generale, i cani adulti non castrati, hanno avuto il vantaggio di una vita normale sotto l’aspetto della produzione di ormoni sessuali, quindi gli squilibri endocrini che vediamo con i cuccioli sterilizzati o castrati, non si verificano quando i cani vengono sterilizzati in età adulta.

Attualmente, le scuole veterinarie negli Stati Uniti insegnano solo sterilizzazione completa, quindi a meno che il tuo veterinario non abbia ottenuto una formazione aggiuntiva sulle tecniche di sterilizzazione, che risparmiano le ovaie e i testicoli (il che è improbabile), potresti avere solo un’opzione chirurgica disponibile per sterilizzare il tuo animale.

In questo caso, il suggerimento sarebbe di aspettare fino a quando il cane non avrà raggiunto la piena maturità muscolo-scheletrica, e se è una femmina, aspettare anche che abbia completato il suo secondo ciclo di estrogeni, prima di programmare l’intervento.

FONTE

Living Planet Report 2020: troppi animali scomparsi a causa dell’uomo

Pubblicato il Living Planet Report 2020 che riporta l’analisi della perdita di animali (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi, pesci) nel mondo dal 1970 ad oggi, propone modelli per invertire la curva in picchiata. Wwf: le popolazioni globali di animali selvatici hanno subito un declino di quasi 2/3. L’associazione chiede un’azione urgente perché si inverta la tendenza entro il 2030: arrestare la distruzione degli ecosistemi naturali e rivedere l’intero sistema di produzione e consumo del cibo

LPR_grafico INFOGRAFICA (diagramma crollo popolazioni animali)
Il Living Planet Index globale dal 1970 al 2016, indicato nel Living Planet Report 2020 del Wwf. L’abbondanza media di 20.811 popolazioni, che rappresentano 4.392 specie monitorate in tutto il mondo, è diminuita del 68%. La linea bianca mostra i valori dell’indice e le zone ombreggiate rappresentano il livello di confidenza statistica che caratterizza l’andamento (intervallo: da -73% a -62%).

Se fossero legate ad azioni quotate in Borsa, farebbero tremare i polsi ai mercati finanziari globali: le curve pericolosamente negative che emergono dall’analisi Wwf sul Pianeta Vivente «parlano» invece di gorilla, orsi, pappagalli, tartarughe e storioni, tutti elementi fondamentali degli ecosistemi grazie ai quali l’umanità vive.
Purtroppo i due aspetti, economico e ambientale, a cui aggiungere quello sanitario, non sono affatto disgiunti: la natura è essenziale per l’esistenza umana ed è proprio su di essa che si basa l’intera economia, sui suoi servizi che garantiscono sicurezza alimentare, riduzione degli impatti dovuti agli eventi naturali, acqua potabile, salute e medicine, solo per citarne alcuni.

Da qui l’importanza del Living Planet Report, lanciato dal Wwf al livello internazionale in cui si misura la riduzione delle popolazioni globali di mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e pesci: l’analisi 2020 mostra un calo medio di due terzi avvenuto in meno di mezzo secolo, causato in gran parte dalla distruzione degli ecosistemi che sta anche contribuendo all’emergere di malattie zoonotiche come il Covid-19.

Il Living Planet Index (Lpi), fornito dalla Zoological Society of London (Zsl), mostra infatti che i fattori ritenuti in grado di aumentare la vulnerabilità del pianeta alle pandemie, come il cambiamento dell’uso del suolo e l’utilizzo e il commercio di fauna selvatica, sono gli stessi che hanno determinato il crollo delle popolazioni di specie di vertebrati tra il 1970 e il 2016 il cui valore medio globale si attesta intorno al 68% di perdita. «Il Living Planet Report 2020 sottolinea come la crescente distruzione della natura da parte dell’umanità stia avendo impatti catastrofici non solo sulle popolazioni di fauna selvatica, ma anche sulla salute umana e su tutti gli aspetti della nostra vita — ha affermato Marco Lambertini, Direttore Generale del Wwf Internazionale —. Non possiamo ignorare questi segnali: il grave calo delle popolazioni di specie selvatiche ci indica che la natura si sta deteriorando e che il nostro pianeta ci lancia segnali di allarme rosso sul funzionamento dei sistemi

naturali. Dai pesci degli oceani e dei fiumi alle api, fondamentali per la nostra produzione agricola, il declino della fauna selvatica influisce direttamente sulla nutrizione, sulla sicurezza alimentare e sui mezzi di sussistenza di miliardi di persone».

«La natura è alla base della nostra salute, del nostro benessere e dei nostri mezzi di sussistenza, eppure la stiamo distruggendo molto più velocemente di quanto sia in grado di ricostituirsi — dichiara la presidente del Wwf Italia Donatella Bianchi —. Nel mezzo di una pandemia che colpisce tutto il pianeta è più che mai importante intraprendere in tempi brevissimi un’azione globale coordinata per arrestare e invertire entro la fine del decennio la perdita di biodiversità in tutto il mondo, proteggendo in questo modo la nostra salute. Il Living Planet Report raccoglie l’ennesimo SOS lanciato dalla Natura che, questa volta, i leader mondiali che si riuniranno (virtualmente) tra pochi giorni per la 75^ sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, non possono ignorare».

Il costo del «crac» ecologico

La continua perdita di biodiversità minerà il raggiungimento della maggior parte degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, compresa la riduzione della povertà e la sicurezza alimentare, idrica ed energetica. Ma la biodiversità ha anche un valore economico sbalorditivo, che dovrebbe essere riconosciuto nei sistemi contabili nazionali. Gli impatti economici del declino della natura costeranno al mondo almeno 479 miliardi di dollari all’anno, aggiungendo fino a circa 10 trilioni di dollari entro il 2050, secondo il Wwf, il Global Trade Analysis Project e il rapporto Global Futures del Natural Capital Project.

Un’analisi a 360°

Il Living Planet Report 2020 presenta una panoramica completa dello stato dei sistemi naturali attraverso l’Lpi, che monitora l’abbondanza di fauna selvatica globale, alla quale hanno contributo oltre 125 esperti di tutto il mondo.

La causa principale del drammatico declino delle popolazioni di specie terrestri, osservata nell’Lpi, sono la perdita e il degrado degli habitat, inclusa la deforestazione, influenzata anche dal modo col quale l’umanità produce cibo.

Le specie in via di estinzione analizzate nella Lpi includono il gorilla di pianura orientale, il cui numero nel Parco Nazionale Kahuzi-Biega (Repubblica Democratica del Congo), ha visto un calo stimato dell’87% tra il 1994 e il 2015, principalmente a causa della caccia illegale, e il pappagallo cenerino in Ghana sud-occidentale, il cui numero è diminuito fino al 99% tra il 1992 e il 2014 a causa delle trappole usate per il commercio di uccelli selvatici e la perdita di habitat.

L’Lpi, che ha monitorato quasi 21.000 popolazioni di oltre 4.000 specie di vertebrati tra il 1970 e il 2016, mostra anche che le popolazioni di fauna selvatica che si trovano negli habitat di acqua dolce hanno subito un calo dell’84%, il calo medio della popolazione più netto tra tutti i bioma, equivalente al 4 per cento all’anno dal 1970. Un esempio è costituito dalla popolazione riproduttiva dello storione cinese nel fiume Yangtze in Cina, diminuita del 97% tra il 1982 e il 2015 a causa dello sbarramento del corso d’acqua.

«Il Living Planet Index è una delle misurazioni più complete della biodiversità globale — ha affermato il dott. Andrew Terry, direttore conservazione della Zoological Society of London —. Un calo medio del 68% negli ultimi 50 anni è catastrofico e una chiara prova del danno che l’attività umana sta arrecando al mondo naturale. Se non cambia nulla, le popolazioni continueranno senza dubbio a diminuire, portando la fauna selvatica all’estinzione e minacciando l’integrità degli ecosistemi da cui tutti dipendiamo. Ma sappiamo anche che agendo sulla attività di conservazione delle specie possiamo allontanarci da questo baratro. Servono impegno, investimenti e competenza per invertire queste tendenze».

La petizione globale

Si può sottoscrivere la petizione del Wwf – panda.org/pandemics – e unirsi all’appello rivolto ai leader mondiali perché vengano implementati programmi politici e piani d’azione per un approccio «One Health» che garantisca tutto lo sforzo possibile per proteggerci da future pandemie.

Morte di un animale domestico, come aiutare i bambini a superarla

Per i tuoi bimbi: LA LEGGENDA DEL PONTE ARCOBALENO la leggenda degli indiani d’america sul luogo dove vanno gli animali che ci lasciano….

La perdita di un cane, un gatto, un coniglietto, un criceto o qualunque altro animale con cui si sia instaurato un legame di affetto, è un lutto e i bambini hanno bisogno di uno spazio per esprimere il loro dolore

Di Lucia Montesi – 7 Settembre 2020

Me lo ricordo ancora come fosse adesso. Avevo nove anni e stavo facendo i compiti in soggiorno. Nonno stava trafficando in cucina quando, tra una faccenda e l’altra, si affacciò sulla porta e se ne uscì candidamente con l’abominevole frase che poi rimase negli annali della nostra storia familiare: «Ah, Lucia…Leo è duro!» – dove “duro” stava per morto, stecchito – , e tornò ad armeggiare con le pentole! Immagino si sentisse in difficoltà nel darmi la notizia della morte del mio adorato gatto Leo che mancava da qualche giorno e, da uomo molto concreto e di poche parole, non fu in grado di elaborare un modo meno maldestro per farlo. Gli riconosco però il merito di avermi detto la verità, senza inventare bugie come molti fanno pensando di risparmiare un dolore ai bambini. Ho anche avuto la fortuna di avere un papà sensibile verso gli animali come me, che ad ogni perdita di ogni nostro animale, condivideva con me lo sconforto e mi aiutava a costruire tombe in giardino, a trovare graziose statuine di gattini addormentati e ad incidere nomi nella terracotta.

La perdita di un animale domestico, che sia un cane, un gatto, un coniglietto, un pesciolino, un criceto o qualunque altro animale con cui si sia instaurato un legame di affetto, può essere motivo di grande dispiacere e di sofferenza per i bambini, ed è spesso la loro prima esperienza di incontro con la realtà della morte degli esseri viventi. Si tratta di un lutto, così come avviene per la perdita di una persona, e come tale ha bisogno di un tempo di elaborazione e di un atteggiamento accogliente, comprensivo e amorevole da parte degli adulti, che riconosca il dolore e non lo sminuisca, anche in buona fede.

Come per altre difficili esperienze della vita, si crede che sia meglio non dire la verità ai bambini, non dirgli che il loro piccolo amico sta male e sta morendo, oppure nascondere la morte avvenuta dicendo che il cagnolino o il gatto è scappato, è partito per un viaggio o è stato preso da un’altra famiglia. Quando il nostro animale sta molto male e sappiamo che morirà, è importante che anche i bambini lo sappiano, perchè, come noi adulti, hanno bisogno di tempo per prepararsi e per poter salutare il loro amico. Noi adulti ci sentiamo in colpa e arrabbiati se ci viene nascosto che qualcuno che amiamo sta per morire, possiamo rimproverarci di non aver fatto qualcosa di importante o rimpiangere di non aver vissuto più intensamente gli ultimi periodi insieme cercando di dargli tutto il nostro amore. Lo stesso accade ai bambini. Possiamo spiegare che il nostro amico sta molto male e che pensiamo non vivrà a lungo. Se è necessaria l’eutanasia, possiamo spiegare che è stato fatto tutto il possibile e che purtroppo le cure non funzionano, ma possiamo fare in modo che non abbia più dolore e che muoia in modo sereno accompagnato dal nostro amore.

Quando la morte è improvvisa, è più forte la tentazione di mentire, ma dire che il cane è scappato non diminuirà il dolore della sua mancanza, e, anzi, aggiungerà una straziante, illusoria attesa del suo ritorno, la rabbia verso l’animale che ha preferito andare via piuttosto che stare con loro, il senso di colpa per aver fatto qualcosa di sbagliato che possa aver provocato l’allontanamento, e, infine, la rabbia per essere stati ingannati, una volta che scoprano la bugia. Anche se è difficile, dire la verità con le parole adatte all’età dei bambini li aiuterà ad accettare la realtà e ad elaborare la perdita. Mentire non protegge i bambini dalla morte, che comunque c’è, ma li priva della possibilità di esprimere il dolore, condividerlo e infine superarlo.

Decidere insieme di fare un piccolo funerale può essere di aiuto, perchè i rituali servono a circoscrivere il dolore, ad arginarlo dentro gesti prestabiliti che ci danno conforto e sicurezza. Alcuni bambini vogliono scrivere una poesia dedicata al loro piccolo amico, o creare un album con le sue foto. Anche il gioco può essere un mezzo con cui elaborano la perdita, mettendo in scena con pupazzi e peluche la morte dell’animale. Anche se possono sembrare giochi tristi, è bene lasciare che i bambini usino questo prezioso strumento a loro molto familiare per avere una sensazione di controllo sull’angoscia.

I bambini che soffrono per la perdita del loro animale devono sentirsi legittimati ad esprimere quello che sentono, a piangere ed essere tristi e arrabbiati, sapendo che è normale, senza che qualcuno dica loro che era “solo” un animale, o che devono essere forti. Se anche noi ci sentiamo tristi e ci viene da piangere, non dobbiamo nasconderlo e ostentare freddezza, pensando di aiutare così i bambini ad affrontare la perdita. Al contrario, se anche noi mostriamo con naturalezza i nostri sentimenti, i bambini hanno un modello per affrontare un momento difficile, si sentono capiti e meno soli e si rassicurano che non sono gli unici a sentirsi così.

Spesso, quando qualcuno muore, che sia una persona o un animale, si crede sia meglio parlarne meno possibile, per non riaprire la ferita. In realtà, poterne parlare aiuta a mantenere il ricordo e fa sentire ai bambini che quell’argomento non è un tabù, che possono rievocare i momenti felici, esprimere la mancanza, fare domande se vogliono. Alcune domande possono metterci in difficoltà. «Dov’è adesso? Dove vanno gli animali quando muoiono?»: possiamo rispondere attingendo ai valori della nostra famiglia, alle nostre credenze religiose e alle nostre idee su cosa avvenga dopo la morte. Possiamo anche rispondere onestamente “Non lo so”, perchè la morte resta per tutti un mistero, ma possiamo dire che abbiamo l’opportunità di ritrovare sempre dentro il nostro cuore e nei nostri ricordi coloro che abbiamo perduto.

FONTE

NON SOLO GLI ESSERI UMANI: ECCO TUTTI GLI ANIMALI VULNERABILI AL COVID-19

Non solo gli esseri umani: ecco tutti gli animali vulnerabili al Covid-19


Non solo per gli esseri umani: il nuovo coronavirus rischia di essere pericoloso anche per alcuni animali. Una nuova ricerca, per questo motivo, ha scoperto quali specie potrebbero essere più vulnerabili. Nello specifico, gli esperti della UC Davis hanno studiato 410 specie di vertebrati, come uccelli, pesci, anfibi, rettili e mammiferi.

La specie che ovviamente è più a rischio di tutti sono i membri della famiglia dei primati, come i gorilla, gli oranghi, i gibboni, i bonobo e gli scimpanzé. Le creature considerate ad alto rischio di vulnerabilità sono una serie di mammiferi, come balene beluga, narvali, balenottere minori, renne, orche e delfini tursiopi.

Più in basso nella raccolta troviamo gli animali considerati a rischio medio: pecore, bisonti americani, yak selvatici, giraffe, giaguari, leopardi, tigri siberiane e ghepardi. Gli animali a basso rischio, infine, sono orsi grizzly, orsi polari, cani, rinoceronti, cavalli e tapiri.

Come si fa a capire quale animale è vulnerabile al SARS-CoV-2? “Semplicemente” osservando i recettori proteici trovati su alcune delle loro cellule. Il coronavirus irrompe nelle cellule umane utilizzando la sua proteina “Spike” per attaccarsi a una proteina specifica nota come ACE2, che si trova sulla superficie di molti diversi tipi di cellule umane. Quest’ultima è composta da 25 sequenze di amminoacidi, se una cellula animale ha una proteina che ha una sequenza simile di aminoacidi, allora è giusto presumere che anche loro saranno suscettibili alla proteina Spike del cornavirus e vulnerabili alle infezioni.

Negli ultimi mesi alcuni animali sono stati contagiati dal virus: canigatti perfino delle tigri. “Queste nuove informazioni ci consentono di concentrare i nostri sforzi e pianificare di conseguenza per mantenere gli animali e gli esseri umani al sicuro“, afferma il coautore dello studio Klaus-Peter Koepfli, della Smithsonian-Mason School of Conservation.

Per consultare tutto l’elenco in questione basta raggiungere questo sito.FONTE:IFLSCIENCEQUANTO È

Senlat, attenti alla sindrome che viene dalle zecche

Si tratta di una malattia batterica, trasmessa dalla puntura di alcune zecche, che può dare sintomi particolarmente fastidiosi anche se solitamente non pericolosi

E’ chiamata SenlatDebonel, o Tibola ed è una sindrome causata da batteri trasmessi dalle zecche, come ha ricordato recentemente in una nota anche l’Izs Lazio e Toscana, dopo un recente caso avvenuto in Toscana.

Cosa è

E la Senlat (o Debonel, o Tibola) è causata nella maggior parte dei casi dal batterio Rickettsia slovaca (e in percentuale minore dal batterio Rickettsia raoultii) identificato nelle zecche nel 1968 e accertato per la prima volta come causa di una sindrome nell’uomo nel 1997 in Francia.

Da allora in Europa sono stati registrati diversicasi in vari paesi, tra cui Spagna, Portogallo, Germania, Svizzera, Ucraina, Austria, Russia e anche in Italia.

E proprio in Italia è stato registrato un caso recente, che è stato preso in carico e studiato dall’Izs Lazio e Toscana insieme all’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze.


I nomi

Riguardo ai nomi della malattia, Tibola, Debonel, Senlat sono sigle dei nomi inglesi con cui viene chiamata.

  • Tibola è il primo nome usato in ordine di tempo e sta per Tick-borne lymphadenopathy – Linfoadenopatia trasmessa da zecche.
  • Debonel sta per Dermacentor-borne necrosis erythema and lymphadenopathy – Linfoadenopatia eritema e necrosi trasmessi da Dermacentor, il genere di zecche che solitamente trasmette la malattia.
  • Senlat è il termine più recente ed è la sigla di Scalp eschar and neck lymph adenopathy after a tick bite – Escara del cuoio capelluto e linfoadenopatia del collo in seguito alla puntura di zecca.


Da chi è trasmessa

Come dicevamo questa malattia è causata da due batteriRickettsia slovaca nella maggior parte dei casi studiati e Rickettsia raoultii in un numero di casi minore, trasmessi da zecche del genere Dermacentor.

In particolare le specie di zecche principalmente coinvolte sono la specie Dermacentor reticulatus, parassita principalmente dei cani e diffusa nella fascia centrale dell’Europa, dall’Atlantico alla Russia e dalla specie Dermacentor marginatus, associata soprattutto alla pecore e diffusa in gran parte del bacino del Mediterraneo e nell’Europa centrale.

Come riporta l’Izs Lazio e Toscana, anche il contatto con i cavalli può comportare il rischio di prendere questa malattia. E ovviamente è necessaria una certa attenzione anche con i cani.

Sintomi

I sintomi possono apparire dopo un periodo di incubazione che in media vada cinque a dieci giorni.

Come dicono i nomi della malattia, i sintomi principali sono il rigonfiamentodoloroso dei linfonodidel collo e poi eritemi ed escare, cioè delle necrosi intorno alla zona della pinzatura. Questo a differenza di altre rickettsiosi trasmesse dalle zecche che possono portare ad eritemi diffusi in varie parti del corpo.

Oltre a questo si può avere febbredebolezza e cefalea. Le necrosi guariscono generalmente in circa due mesi, ma possono lasciare cicatrici e alopecia.


Chi colpisce

Come riporta l’Izs Lazio e Toscana la maggior parte dei casi sono stati riscontrati in donne e bambini, con punture sul cuoio capelluto, e sembra che i capelli lunghi siano un fattore di maggior rischio. Negli uomini invece i casi sono minori in numero, con punture localizzate soprattutto tra i peli del petto.


Periodi di maggior rischio

I periodi di maggior rischio per questa malattia, quelli in cui si conta il maggior numero di casi, sono nelle cosiddette mezze stagioni: damarzo a maggio da settembre a novembre.


Cosa fare

Innanzitutto non allarmarsi. Lo scopo di questo articolo è quello di informare, non certo quello di creare allarmismo.

Se si è o si è stati in contatto con animali come cavalli o pecore o in ambienti frequentati da questi animali o dove si sa essere presenti comunemente le zecche, è utile controllarsi il corpo, magari durante e dopo una doccia, per cercare eventuali zecche.

Nel caso se ne trovassero la cosa migliore da fare, prima di qualsiasi cosa, è contattare il proprio medico che vi darà tutte le indicazioni corrette da seguire e se opportuno vi prescriverà la terapia antibiotica specifica.

Fonte: Agronotizie

Autore: Matteo Giusti