Prima Guerra Mondiale. Uomini, Soldati, Eroi… E Animali…

Durante la Grande Guerra, oltre ai sacrifici immani dei soldati, un altro contributo a quella
vittoria va ricordato ed onorato, ed è quello offerto da centinaia di cani, per lo più di razza
maremmana-abruzzese, adibiti al traino ed al trasporto di viveri e munizioni negli scenari
bellici.
In una Relazione della brigata Pistoia del 1916, conservata dall’Ufficio Storico
dell’Esercito, si legge: “L’addestramento dei cani non richiede molto tempo, e presto si
abituano allo scoppio vicino dei proiettili d’artiglieria. Rispetto ai muli, i cani possono
giungere, allo scoperto, in maggiore prossimità della prima linea e il loro mantenimento è
di pochissimo costo”.
I cani prestarono servizio non solo in pianura ma anche nei contesti montani più impervi e
pericolosi, come quelli della “guerra bianca” che si sviluppò nelle Alpi, dalle Giudicarie
all’Adamello-Presanella e all’Ortles-Cevedale, a 3000 metri e con temperature che
nell’inverno 2017 toccarono i 30 gradi sotto lo zero, con valanghe rovinose ed
abbondantissime nevicate.
In questo scenario proibitivo muli ed asinelli si ammalarono di polmonite, e furono ben
presto sostituiti dai cani.
E così i cani da gregge, requisiti in tutto l’Appennino, dopo aver sfidato il caldo torrido del
deserto nella guerra di Libia, dove avevano suscitato l’ammirazione del col. inglese Edwin
H.Richardson furono di nuovo “richiamati” per affrontare il ghiaccio e le nevi delle Alpi.
“Robusti, volenterosi….fra le stanghe dei loro carrettini, col petto affannato le brave bestie
guardano il soldato che le guida…hanno imparato, conoscono la strada; il frastuono del
combattimento non li spaventa. E vanno al fuoco come veterani”, dirà di loro Luigi Barzini,
nel suo libro “Al fronte”, mentre ne “La Lettura”, rivista mensile del Corriere della Sera, nel
dicembre 1919 si legge: “sui monti si attaccavano quasi sempre in tre alla troika ed
assicuravano, rifornendole, il mantenimento di posizioni talmente avanzate che sarebbero
state altrimenti insostenibili. Sull’Adamello i cani sommarono presto a cinquecento; su tutta
la fronte, nel 1917, furono oltre tremila… I cani da guerra sono stati dei soldati, in tutto e
per tutto. Avevano, per quanto preparata in modo speciale, la stessa razione del
soldato…ebbero anche le loro vittime e le loro glorie sanguinose. E’ stata calcolata per
essi una mortalità del sessanta per cento per ferite e malattie…La razza migliore e più
resistente si è dimostrata quella dei pastori dell’Alto Abruzzo, dai bei lunghi mantelli per lo
più bianchi, non di rado macchiati di scuro”.
Del resto che il contributo dei cani fosse risultato determinante si desume anche da una
compiaciuta menzione nella Relazione del Comando Supremo diramata il 23 marzo 1917
sotto la supervisione del gen.Cadorna, in cui si legge:
“Infine è da ricordare il largo aiuto dato ai trasporti ordinari in alta montagna dai cani da
guerra, dimostratisi assai resistenti al freddo, capaci di trainare in pariglia, con qualunque
tempo, anche in mezzo alla tormenta, una slitta con carichi da 70 a 80 chilogrammi”.
Un commosso apprezzamento ricorre anche nelle memorie del gen. Quintino Ronchi,
comandante dal 1917 del settore Adamello-Alta Val Camonica. Ne “La Guerra
sull’Adamello”, edito nel 1921, il gen. Ronchi ricorda:
“Nell’estate del 1916 si sperimentò un gruppo di cani per il traino di slitte sui ghiacciaio, poi
il numero aumento’ gradualmente… Preziosi animali. Erano in prevalenza razza da
pastore requisiti negli Appennini ed addestrati al canile militare di Bologna. Mantello per lo
più bianchi, non di rado macchiati di scuro”.
Del resto che il contributo dei cani fosse risultato determinante si desume anche da una
compiaciuta menzione nella Relazione del Comando Supremo diramata il 23 marzo 1917
sotto la supervisione del gen.Cadorna, in cui si legge:
“Infine è da ricordare il largo aiuto dato ai trasporti ordinari in alta montagna dai cani da
guerra, dimostratisi assai resistenti al freddo, capaci di trainare in pariglia, con qualunque
tempo, anche in mezzo alla tormenta, una slitta con carichi da 70 a 80 chilogrammi”.
Un commosso apprezzamento ricorre anche nelle memorie del gen. Quintino Ronchi,
comandante dal 1917 del settore Adamello-Alta Val Camonica. Ne “La Guerra
sull’Adamello”, edito nel 1921, il gen. Ronchi ricorda:
“Nell’estate del 1916 si sperimentò un gruppo di cani per il traino di slitte sui ghiacciaio, poi
il numero aumento’ gradualmente… Preziosi animali. Erano in prevalenza razza da
pastore requisiti negli Appennini ed addestrati al canile militare di Bologna. Mantello di
massima bianco, pelo ricciuto, alti, forti, intelligentissimi, dimostrarono subito uno spiccato
adattamento ed un eccezionale resistenza ai rigori del clima…Con attacchi a tre a tre
trainavano le slitte con un carico utile da 130 a 150 kg. Erano quasi tutti dislocati a Passo
Garibaldi in una grande baracca costruita ad uso canile con doppie pareti e sollevata di
circa un metro sul piano della neve. Avevano una razione quasi identica a quella del
soldato e quindicinalmente il capitano della Sussistenza faceva loro omaggio dei rifiuti di
macelleria… Nessuna malattia contagiosa ebbe mai a svilupparsi. I loro nomi erano quelli
comuni alla stirpe canina, ma non mancavano quelli chiamati Crispi, Garibaldi ecc. ecc…
Iniziavano il servizio all’alba e di massima compivano due viaggi giornalieri dal Passo
Garibaldi ai centri di Passo Lobbia, Passo Fargorida e teleferica del Cavento.
Complessivamente trasportavano dai 150 a 200 quintali di carico al giorno… Nell’inverno
durante la tormenta, erano meravigliosi. Il gelo ricopriva la loro testa, il collo, le zampe di
ghiaccioli, il nevischio sferzava i loro occhi ed essi con le code basse, soffiando dalle nari,
procedavano instancabilmete attraverso quel paesaggio lunare… Erano
disciplinatissimi…”
E quanto dura fosse la vita a quelle altezze è lo stesso Ronchi a descrivercelo:
“Il combattente viveva nel ghiaccio e ad una altitudine che logora e disturba e che affatica
enormemente anche gli organismi più perfetti. Non un filo di verde che riposasse la vista,
non un sorso d’acqua che non fosse quello avuto dalla neve liquefatta al fuoco. Un silenzio
infinito, un vuoto opprimente, un clima contro il quale non vi era riparo, un gelo che
uccideva, una tormenta che rendeva impossibile il movimento e il respiro, un cumulo di
neve che affogava. Cento metri di percorso spesso fiaccavano un uomo. ”
Eppure i cani da gregge degli Appennini fecero il loro dovere fino in fondo, anche nel
trasporto dei feriti con apposte slitte-barelle.
Il cap. Alfredo Patroni li ricorda “quasi tutti bianchi, dal pelo fitto e ondulato, intelligenti” e,
nel suo libro “La conquista dei ghiacciai 1915-1918” ce ne tramanda il coraggio scrivendo:
“neppure essi tremarono mai, sotto il piombo nemico, non vacillarono mai, sull’orlo degli
abissi e nelle tormente, ma soffrirono anch’essi, da forti, il freddo, gli stenti e le fatiche e
nessuno di questi cari amici dell’uomo, come nessun alpino dei ghiacciai, disertò mai
difronte al nemico…Durante la battaglia i cani moltiplicarono gli sforzi e le attività, sfidando
impavidi le mitraglie nemiche e le valanghe per trasportare le munizioni ed i viveri ai loro
compagni impegnati nella battaglia”.
Anche per questo appare meritoria ed opportuna l’iniziativa del Circolo del Pastore
Maremmano Abruzzese che, nel centenario della Vittoria, ha voluto apporre una targa
commemorativa nel Museo della Guerra Bianca di Temù, ai piedi dell’Adamello, affinchè
non vada perduta la memoria del sacrificio di questi nostri amici, umili eppur grandi eroi a
quattro zampe.
E per concludere non ci si può non soffermare sulla voce secondo cui negli ultimi mesi di
guerra, sull’onda dell’avanzata, i nostri reparti alpini avrebbero abbandonato i cani legati
alla catena i cani e questi sarebbero in parte morti di fame ed in parte si sarebbero liberati,
diventando randagi aggressivi e pericolosi che poi sarebbero stati abbattuti a fucilate dagli
abitanti di Temù. Ristabiliamo la verità: questa notizia, che è spesso rimbalzata nel mare
del web, dove le fake news imperversano senza ritegno e dove molti analfabeti seriali
parlano senza conoscere e senza citare fonti documentali, e’ contenuta nel libro di Folco
Quilici “Storia degli animali nella grande Guerra”, in cui viene riportata come una
confidenza raccolta da un abitante anonimo di Temù nel 1960, e riferita peraltro,
testualmente, a “cani addestrati a combattere a fianco dei nostri Soldati ."
Ora, intendiamoci: tutto va storicizzato ed oltre un secolo fa, in condizioni tanto difficili in
cui spesso non c’era pietà per gli uomini, è possibile che ai cani non sia stato assicurato
ilmassimo del confort, ma va escluso che un corpo tradizionalmente affezionato agli
animali come gli Alpini (leggendario il binomio mulo-alpino) possa essersi comportato con
tanta crudeltà. In reparti in cui certo le munizioni non difettavano, non sarebbe stato più
semplice sopprimere i cani con un colpo di pistola piuttosto che lasciarli morir di fame?
Sembra proprio una bufala o, come la definisce Lucio Fabi, storico esperto del ruolo degli
animali nella prima guerra mondiale, “una leggenda di guerra denigratoria nei confronti dei
soldati italiani… nessuno storico la conferma… non ci sono le fonti…”
Un‘altra circostanza mi sembra importante e, direi, risolutiva nello sfatare la leggenda
infame dell’abbandono di questi cani. Ernesto Tron, nel suo volume “Il Cane” del 1954,
scrive tra l’altro : ”… Il cane Turco si guadagnò i galloni di caporale, concesssigli dal
comandante della Brigata Umbria. Si era in Cadore e si trattava di far arrivare l’acqua
potabile alla truppa in trincea attraverso una zona scopertissima… l’incarico venne affidato
a Turco che lo assolse a meraviglia. Egli partiva coi bidoncini pieni, attraversava come una
freccia la zona pericolosa e ritornava con i bidoni vuoti, dopo essere stato ricevuto lassù
alla mensa degli Ufficiali.
ALLA FINE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE I CANI REDUCI EBBERO ANCH’ESSI
LA LORO SFILATA TRIONFALE A MILANO, il 20 settembre 1919”. Ed in effetti, a
conferma della notizia citata dal Tron, nel fascicolo del dicembre 1919 de “La Lettura” A.
Splendori scrive : "… I cani che hanno fatto la guerra tornano talvolta con lo stesso
cerimoniale delle brigate gloriose. Di recente alcune squadre attraversarono Milano fra ali
di popolo e riscossero la loro parte di applausi… Così come si pensò di utilizzare
l’aviazione nei servizi civili di pace, si pensa ora di impiegare i cani sull’esempio della
Svizzera, Olanda, Belgio dove latte, verdure, pane si distribuiscono dai mercati sulle
tipiche carrette trainate dai cani… Bisogna farli conoscere nel loro numero e intutte le loro
virtù, i cani smobilitati… e di questo il Ministero della Guerra ha dato l’incarico
all’Associazione nazionale fra Mutilati e Invalidi di guerra, mettendo a sua disposizione i
cani smobilitati ed il relativo materiale d’attacco”.
Da questi documenti d’epoca si evince che la “leggenda” dell’abbandono è una bufala
totale, bella e buona, anche se, ovviamente, nessuno può escludere che si siano verificati
casi isolati e sporadici di abbandono. In generale, però, i cani “reduci”, come era giusto e
come si meritavano, ebbero festeggiamenti e interessamento per il loro futuro.
PER NON DIMENTICARE
Foto Archivio Storico ritrae i cani al Fronte, sul Passo Monte Croce Carnico al fianco dei
Soldati Italiani durante la Grande Guerra
Si ringrazia Pierangelo Botto per la preziosa collaborazione e segnalazione.
IL SOLDATO DIMENTICATO. La storia di Giovanni Battista Faraldi (Leucotea Edizioni
Sanremo). In tutte le Librerie e Webstore.
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E’ morto Tyrion, il cane che tre ragazzi volevano impiccare a Gela Gela

E’ morto Tyrion, il cane salvato da tre minorenni che lo volevano impiccare alla stazione di Gela

Tyrion non ce l’ha fatta. La fine di questa storia era quasi scontato se guardiamo a quanto male è stato fatto al piccolo cucciolo di Pi Bull. Il cucciolo ha cercato disperatamente di difendersi, ha lottato, lui così piccolo contro i suoi carnefici, si è dimenato e ha urlato tutta la sua disperazione, ma i tre continuavano a picchiarlo e a tendere quella orribile corda.

PER QUEI DELINQUENTI CHE LO HANNO AMMAZZATO

“Non sono servite le cure, non è servita tutta l’assistenza del mondo, era anche già malato. Lo hanno fatto per gioco, per divertimento. Allora io voglio dire una cosa. Volevo farlo anche l’altro giorno, con la notizia disumana di quel pastore tedesco semicieco ed invalido abbandonato in una casa dai suoi padroni che si erano trasferiti, a strisciare per terra in cerca di aiuto, e poi morto in riva al mare dopo aver ricevuto un po’ di affetto da dei volontari. Ma mi son frenato perché sembrano le strappastorielacrime. Ora però basta. Chi è crudele con gli animali lo è anche con gli uomini. Alcuni si devono togliere dalla testa l’idea che fare cose del genere, dimostrarsi così crudeli, ma farlo “solo” con gli animali sia un’attenuante e quindi debba essere punito, sì, “ma non tanto perché in fondo era un cane”. Quello è solo un sintomo di qualcosa di più profondo: è sintomo, chiarissimo, di essere – e mi scuso per il termine forte – feccia. E la feccia, appena può, stupra, ammazza, ruba, frega, inganna, truffa e non si fa problemi a predare l’altro, specialmente i più fragili. La feccia non ha riguardo per la fragilità, non ha empatia, non ha anima. Per questo l’individuo che per divertirsi impicca un cane, è lo stesso che domani, in situazione di caos, ti ritrovi a infilarti un coltello nella pancia per portarti via il portafoglio. È garantito. Da qui bisogna ripartire, da questo concetto cardine, principe, primario. E ripartendo da qui, da questo principio, occorre adeguare la legge in materia rendendola più dura così da provocare dissuasione dando pene esemplari, adeguare i mezzi per rendere più rapidi gli interventi e far passare la voglia a questa gentaglia. Se non lo faremo, se il sistema continuerà a minimizzare questi comportamenti e non a punirli adeguatamente, si moltiplicheranno anche su spinta dell’emulazione più facile attraverso i social, e non solo a danno degli animali, ma anche degli uomini.

VERGOGNA CHI SI MACCHIA DI COSE SIMILI E’ VIGLIACCO E CAROGNA”

apr-italia.org

CONDOMINIO E ANIMALI

da La legge è auguale per tutti


La condivisione degli spazi comuni in un immobile quando in uno stabile vivono anche animali d’affezione. Tutele, norme e imposizioni previste dalla legge a carico dei proprietari.

Oltre a permettere di stringere un legame affettivo fuori dal comune, accudire e prendersi cura di un animale è anche terapeutico. Tuttavia, a fronte di questi benefici, sussistono anche degli svantaggi, almeno stando al numero di sentenze emesse dai tribunali italiani. La maggior parte di queste giunge a disciplinare rapporti poco conviviali tra i proprietari di un animale e il resto dei condomini.

Se sei finito su questa pagina, probabilmente hai anche tu lo stesso problema. Ed è per questo che abbiamo pensato di scrivere un articolo riguardante il rapporto tra animali e condominio: regole e divieti che devono essere rispettati dai condomini-proprietari. In questo modo, avrai a disposizione uno strumento aggiornato per far valere i tuoi diritti, che tu sia proprietario di un esemplare domestico, oppure che tu sia un condomino che non gradisce la presenza di animali all’interno dello stabile.

Dunque, vediamo insieme cosa dice la legge a tal proposito e quali sono le norme che devono essere rispettate dai pet lovers.

Indice

Animali in condominio: cosa dice la legge?

Andrea, Anna e il loro piccolo Fido, si sono da poco trasferiti in un nuovo appartamento, sito in un condominio molto lussuoso. Qualche giorno dopo il loro arrivo, qualcuno bussa alla porta di casa e i due giovani ragazzi ricevono una sorpresa poco gradita. Infatti, il vicino di casa, sventolando il regolamento, afferma che i cani non sono ospiti ben accetti. In un’ipotetica controversia, chi la spunterebbe? I due neo-condomini con l’amico a quattro zampe, oppure i condomini che hanno stabilito un regolamento per la condivisione degli spazi comuni?

La legge dice espressamente che, all’interno di un condominio, non è possibile vietare il possesso di animali domestici [1].

Questo significa che tutte le clausole previste dal regolamento condominiale volte a impedire la detenzione di un animale domestico sono considerate nulle e, pertanto, vanno disapplicate. Tale mancanza di applicazione deve effettuarsi sia che si tratti di regolamento contrattuale (ossia quello stabilito dal proprietario originario dell’immobile prima della parcellizzazione), sia che si tratti di regolamento assembleare (e cioè quel regolamento deciso a tavolino dai condomini).

Dunque, per tornare al contenzioso plausibile tra il condominio e i due proprietari di Fido, non vi sono dubbi sul fatto che sarebbero stati questi due a spuntarla.

Quali animali possono vivere in un condominio?

Il caso che abbiamo riportato in apertura di articolo aveva al centro della disputa un cane. L’happy ending non sarebbe diverso se, al posto di Fido, vi fosse stato un micio, un coniglio, un pappagallo, un criceto o un pesce rosso. Ma l’esito della controversia sarebbe stato lo stesso se, al posto di un cane, vi fosse stato un animale diverso da quelli d’affezione?

Nel 2015, a Bolzano, si è verificato un caso curioso che ci offre il destro per rispondere a questa domanda. In quell’anno, venne portato in tribunale un condomino-proprietario di un ghepardo africano. Il detentore tentò di giustificarsi dicendo che, per lui, l’esemplare rappresentava un animale domestico.

In effetti, sulla definizione di animale domestico non esiste una scuola di pensiero unica. Pertanto, la legge italiana ha previsto che nei condomini non può essere vietate la permanenza di quegli animali che, per consuetudine e solitamente, si considerano animali d’affezione.

In merito al caso di Bolzano, però, il proprietario, per quanto non sapesse che il ghepardo africano non è un animale domestico, resta comunque un esemplare il cui ingresso in Italia è espressamente vietato dalla legge.

Due navi cariche di animali malati vagano da mesi nel Mediterraneo

Partite dalla Spagna, rifiutate dalla Libia, si trovano ora una al largo di Cagliari e l’altra a Cipro

Due navi cariche di animali malati vagano da mesi nel Mediterraneo

di GreenReport.it

Animal Welfare Foundation (AWF)Animal Equality ed Enpa denunciano gravi violazioni in corso su una nave partita dalla Spagna carica di animali vivi rifiutata in Libia per via di una malattia zoonotica: «Ora migliaia di animali si trovano al largo delle coste italiane in Sardegna senza una destinazione, in viaggio in condizioni terribili da oltre due mesi e molto probabilmente con cadaveri a bordo o scaricati in mare illegalmente. Chiediamo che le autorità italiane intervengano quanto prima a mettere fine a una situazione allarmante, sia per la completa violazione dei diritti di questi animali sia per il pericolo costituito da trasporti effettuati nello sprezzo delle regole igienico-sanitarie e di benessere animale anche più basilari».

La Elbeik, che ha lasciato Tarragona, in Spagna a dicembre 2020 ed è arrivata a Tripoli, in Libia il 10 gennaio 2021, trasportava 1.776 vitelli trovati affetti dalla malattia della lingua blu. La Elbeik è stata respinta dalla Libia e ha lasciato il porto di Tripoli a pieno carico il 25 gennaio. E’ stata poi avvistata ancorata a Lampedusa dal 26 al 27 gennaio. L’1 febbraio era nel porto di Alessandria, in Egitto, da dove è partita 4 febbraio nel pomeriggio. E’ rimasta ancorata al largo di Alessandria fino al 10 febbraio e poi si è diretta a nord verso una destinazione ignota. Ora è al largo di Cipro e ha comunicato di essere «parzialmente carica».

La Karim Allah, che trasportava 895 vitelli, ha lasciato Cartagena, in Spagna, il 18 dicembre 2020, dicendo di essere diretta a Iskenderun, in Turchia, ma poi ha cambiato rotta e si è diretta anche lei  a Tripoli. Anche il suo carico di bovini è sospettato di essere affetto dalla malattia della lingua blu. Il centro nazionale libico per la salute degli animali ha rifiutato di approvare l’ingresso del bestiame malato. La Karim Allah è quindi ripartita dalla Libia e  ha chiesto il permesso di attraccare a Bizerte, in Tunisia, presumibilmente per caricare  foraggio per gli animali, ma le è stato negato l’attracco sua a Bizerte che in qualsiasi altro porto tunisino. Successivamente, la  Karim Allah è stata avvistata il 28 gennaio nel porto siciliano di Augusta che ha lasciato, dichiarandosi «parzialmente carica», per andarsi ad ancorare  al largo di Cagliari, dove è ancora alla rada.

Le associazioni animaliste spiegano che entrambe le navi hanno l’approvazione dell’Unione europea con certificato per il trasporto di animali vivi nell’Ue, in particolare dalla Croazia e dalla Romania, ed evidenziano che «La vicenda dimostra ancora una volta l’inadeguatezza dei viaggi di animali vivi anche sul territorio europeo e il dramma a cui sono costantemente e inutilmente sottoposti gli animali».

AWF, Animal Equality ed Enpa hanno deciso di procedere legalmente contro la Karim Allah e di segnalare la situazione al Ministero della Salute, alla Procura della Repubblica di Cagliari e Capitaneria di Porto di Cagliari, chiedendo un intervento urgente della Capitaneria di Porto di Cagliari e di un veterinario competente.

Le associazioni fanno notare che «La nave infatti avrebbe dichiarato alle autorità sarde di trasportare solo mangimi, quando solo pochi giorni fa aveva dichiarato alle autorità portuali di Augusta, in Sicilia, di trasportare animali vivi. I casi sono due: o la nave sta mentendo e quindi trasporta in condizioni agghiaccianti da mesi migliaia di bovini rilasciando dichiarazioni false, oppure ha scaricato in mare i corpi degli animali morti durante il viaggio. In entrambi i casi si tratta di violazioni gravissime. Chiediamo che le autorità italiane intervengano quanto prima a mettere fine a una situazione allarmante, sia per la completa violazione dei diritti di questi animali sia per il pericolo costituito da trasporti effettuati nello sprezzo delle regole igienico-sanitarie e di benessere animale anche più basilari».

Inoltre, fonti anonime hanno riferito ad Animal Welfare Foundation che «per gli animali ancora a bordo della Elbeik stia finendo il cibo. I bovini sono a bordo di questa nave già da quasi 2 mesi e secondo gli informatori il capitano e i membri dell’equipaggio sono disperati e non sanno come trovare una soluzione per questi animali».

AWF dice di aver «già segnalato la problematica alle autorità europee competenti, all’interno di numerose denunce già presentate nei mesi scorsi a sostegno dei dossier al vaglio in Europa proprio contro questi viaggi ingiusti e spesso operati in completa violazione delle norme europee e nazionali».

Il cane ponte….

Il nostro cane diventa anziano e per sfuggire al dolore di vedere il suo decadimento magari cerchiamo di prendere con noi un altro cane giovane per non rimanere soli quando lui se ne andrà…., non è sbagliato, abbiamo solo cercato di difenderci…ma sappiate che il dolore per la perdita del nostro vecchio cane ci piomberà addosso prima o poi. E noi per lui piangeremo tutte le nostre lacrime. E’ sicuro.

Leggete questo bel racconto di un’amica americana….

Circa un anno fa, un mio amico è venuto a trovarmi a Nevada City, in California. Eravamo al culmine del nostro breve e colorato autunno, e siamo andati a spasso con il mio cane, Merle, tra querce e pioppi ardenti. Mentre attraversavamo Deer Creek sul Pine Street Bridge, spostandoci dalla parte più tranquilla della città a quella più vivace e turistica, ho detto: “È un peccato che Merle non sia più giovane perché altrimenti potrebbe mostrarti il ​​trucco in cui si imbatte il ponte.”

“Qual è il trucco?” ha chiesto il mio amico.

“Merle e io arriviamo insieme a un’estremità del ponte. La tolgo al guinzaglio e le dico di sedersi e restare. Poi vado dall’altra parte e grido: “OK, Merle!” e lei decolla come un colpo e mi corre incontro. Non decolla finché non dico che può. “

Il mio amico ha detto che suonava davvero bene, ma forse non come un trucco.

“Vorrei che tu l’avessi vista nel fiore degli anni”, dissi. Il mio amico disse che sì, anche se aveva visto almeno cinquanta post su Instagram di Merle che correva veloce quando era più giovane, era triste che per non poter vedere il trucco del non-proprio-ponte.

Merle sembrava ansioso. Antropomorfizzare è una pratica stupida, ma, comunque, permettimi di concedermi la sensazione che i suoi occhi, in quel momento, dicessero: “Sono triste, morirò presto”. La sua salute aveva recentemente preso una brusca svolta al ribasso. L’artrite era il segno più evidente.

Per alcuni momenti di quiete, la mia amica osservò Merle e la sua andatura da vecchio cowboy. “Hai bisogno di un cane da ponte”, disse alla fine.

“Oh, Merle è ancora un cane da ponte, te lo assicuro.” Ho detto. “Le piace ancora camminare sul ponte, anche se non può correre.”

“Non è questo che intendo per ‘cane da ponte'”, disse cautamente. “Quello che voglio dire è un cane che ottieni … beh, non necessariamente presto, ma anche non presto, immagino? Un cane ponte è un cane che sarà in giro quando Merle – quando lo sarà – lo sai! Non più con noi. “

Fu il turno di Merle di guardare il mio amico. Annusò l’aria intorno a lui, poi mi guardò come per dire: “Chi è questo burlone?”

“‘Bridge dog'”, ho detto. “Non ho mai sentito quel termine prima.”

“Non credo di essermi inventato”, ha detto il mio amico. “Vorrei averlo fatto, ma non riesco davvero a immaginare di averlo fatto.”

Ho cercato su Google “cane da ponte”. Non ho trovato nulla al riguardo come un detto, ma ho trovato parecchio su qualche ponte in Scozia da cui i cani saltano per suicidarsi. Non ho cliccato.

Circa dieci anni fa, il rapporto in cui mi trovavo è andato in pezzi, in parte perché il mio ragazzo mi ha tradito, ma soprattutto perché non gli ero mai piaciuto. La mia carriera era a un punto morto. Avevo quarantun anni e guadagnavo il salario minimo lavorando come assistente insegnante in una scuola media dove gli studenti spesso mi gridavano: “Perché dovremmo ascoltarti? Guidi una Yaris! “

Come aveva fatto la mia vita a essere scarna, mi chiedevo spesso, quando non stavo andando fuori di testa perché era troppo tardi ed ero troppo vecchia per rimediare. Tutti i miei amici vivevano da qualche altra parte. A volte mi svegliavo nel mezzo della notte chiedendomi cosa ne sarebbe stato di me; a volte, dal nulla, il mio viso iniziava a bruciare di vergogna. Non ho avuto il coraggio di andare a pieno titolo con il cane dal bridge scozzese, ma stavo giocando con l’idea, e se non fosse stato per i miei genitori, avrei potuto farlo.

La scuola dove lavoravo era adiacente a un bosco. Una volta al mese, un esperto di alberi, curvo e con i capelli bianchi di nome Don portava i bambini in questa foresta e ne parlava con appassionata astrazione mentre si sibilavano addosso insulti omofobici. Don era uno sfigato e circa una su dieci delle sue battute grossolane erano divertenti. La sua caratteristica migliore era il suo bellissimo un cane compatto, piacevolmente distaccato, a pelo corto. (A volte vengono chiamati Australian Cattle Dog, o Queenslands, perché sono nati quando gli allevatori allevavano collie con dingo per una maggiore resistenza.) Il cane di Don era snello e agile, con una faccia dolce e dal muso corto; si muoveva solo al comando di Don, ogni passo intriso di un senso di gioia e gratitudine nell’essere al servizio. “Prendili, ragazza”, avrebbe detto Don se i bambini si allontanavano, e lei sarebbe balzata via, abbaiando quando e li avrebbe trovati. Se Don voleva che il cane tornasse, doveva solo fischiare; pochi secondi dopo, sarebbe stata al suo fianco.

Un pomeriggio, quando i ragazzi non c’erano, l’ho colta in un momento come questo, ancora come una statua ma per il suo naso nero, che provava il vento. Ho detto a Don: “Un giorno avrò un cane proprio come lei”.

Don mi guardò con raro interesse. “Sono certo che mi chiedo”, ha detto, “come saresti senza i vestiti.”

Il cane mi ha guardato scusandosi. Sono andato a unirmi ai ragazzi.

Passarono gli anni. Ho lasciato la scuola. Venivo pagato per scrivere di nuovo. Avevo un ragazzo che poteva davvero sopportarmi. Un giorno ho ricevuto un messaggio da lui: “Ehi, quel tizio Don è morto. Mio padre lo conosceva. Non ti è piaciuto quel cane? Ha bisogno di qualcuno che lo adotti. ” Stranamente, il coinquilino del mio ragazzo, P., era proprio in quel momento sulla buona strada per adottare il cane, perché anche suo padre aveva conosciuto Don. ( Tutti sono papà di te, RIP, Don. ) Quando ho detto a P. che volevo adottare anche il cane, abbiamo deciso che l’avremmo condivisa. Questo cane era il nostro Merle.

La parte “nostra” è importante da chiarire. Merle non apparteneva a nessuno. Apparteneva a se stessa. Amava essere in movimento, camminare con me, giocare a disc golf con P., stare sulla riva di un fiume e abbaiare all’acqua mentre il resto di noi nuotava. Andrebbe ovunque, con chiunque. Le piaceva solo uscire. Se fosse stata un uomo a una festa, Merle sarebbe stata nell’angolo a suonare Hacky Sack, fingendo di non sentire domande sul perché non ha mai avuto una ragazza.

P. aveva un lavoro dalle otto alle cinque, quindi Merle era con me ogni giorno, tutto il giorno. Dopo alcuni anni di appuntamenti, mi sono trasferita con il mio ragazzo e P., e così eravamo noi tre e Merle.

Non potevo credere quanto fossi più felice ora che avevo Merle nella mia vita. Semplicemente accettando di darle da mangiare e smaltire i suoi rifiuti, avevo aperto un portale a una gioia pura, di luce bianca, che attraversava tutte le miserie, personali e strutturali. Camminavamo e camminavamo, soprattutto di notte, sul ponte, intorno alla città, sull’altro ponte, nella fresca oscurità. Le semplici commissioni diventavano esperienze estatiche perché lei era con me. “Siamo insieme”, mi piaceva esclamare al suo riflesso nello specchietto retrovisore. “Siamo vivi e siamo insieme!” La mia vita non era più un disastro. Era invece il miracolo che aveva fatto atterrare questa creatura sul mio sedile posteriore. Non voglio dire che Merle mi abbia reso felice, ma mi ha fatto smettere di desiderare di essere morta.

Merle aveva nove o dieci anni quando l’abbiamo presa. Per circa tre anni era il cane che conoscevamo dall’inizio. Poi ha iniziato a rallentare. Mi piaceva guardarla dalla finestra quando P. la portava fuori la mattina: come lei iniziava a camminare e poi, quando giravano l’angolo verso il parco, si metteva al trotto. Ma iniziarono ad esserci giorni in cui non accelerò. Ogni mattina arrivava un momento di suspense a crepapelle per decidere se avrebbe accelerato o meno il passo.

Merle aveva appena trottato per settimane quando rividi il mio amico cane da ponte. Ha chiesto come stava Merle.

“Bene”, ho mentito. “E il tuo gatto?” Anche il suo gatto stava invecchiando, anche se non veloce come Merle. “Hai intenzione di prendere un gatto ponte?”

“Certo che no,” disse.

“Perché non dovresti?” Ho chiesto.

Mi ha fatto cenno di allontanarmi, come se non mi avesse introdotto al concetto stesso. “Il mio gatto avrebbe saputo che stava succedendo qualcosa.”

Mi sono soffermato in silenzio sull’implicazione qui, che Merle sarebbe stato troppo stupido per registrare il significato di un cane da ponte.

Merle ha iniziato a bere molta acqua. Il veterinario ha detto che i suoi reni erano cattivi. Ha mangiato voracemente, ma niente si è bloccato. Ha perso cinque libbre, poi altre cinque, poi altre dieci. È diventata cieca da un occhio. Un giorno ha vomitato tutto, anche l’acqua. In macchina, mentre andavo dal veterinario, mi ha fatto la pipì addosso e le ho sussurrato: “È un onore”.

Ho deciso che non avrei preso un cane da bridge. Sarebbe un insulto a Merle e al nostro rapporto.

È sopravvissuta, ma ha continuato a declinare. Poi P. si è trasferito a vivere con la sua ragazza, e Merle ha dovuto andare avanti e indietro tra la loro casa e la nostra. Quando le persone mi chiedevano com’era, avendo Merle solo la metà del tempo, ho risposto che era dura, che mi mancava. Mentivo. Non era che non l’amassi più. Ma c’era qualcosa di riposante ed edificante nei giorni in cui Merle era a casa di P., quando non dovevamo vederla ansimare, o lottare per salire e scendere le scale, o alzarsi in piedi. Una volta che hai smesso stupidamente di sperare che non accadrà mai, guardare un cane morire non è tanto stressante quanto semplicemente deprimente. In privato, avevo iniziato a tramare.

Ho inserito “HEELER raggio di 200 miglia” in Petfinder. Bellissime scarpe da tacco da tutto lo stato – da Stockton a Sausalito, da Roseville a Richmond, da Winters a West Portal, da Fremont a Fresno, da Dublino a Downieville, cinque o dieci e-mail a settimana – arrivavano nella mia casella di posta.

In una foto, una tagliatrice di nome Ruthie era per metà seduta e per metà sdraiata, e guardava implorante fuori dalla telecamera, come se sperasse che qualcuno le dicesse cosa are. Era palesemente ovvio che aveva bisogno di me. Pensavo ancora che prendere un cane da ponte sarebbe stato debole e insensibile. Mi dissi che non avrei preso affatto un cane da bridge, dal momento che, tecnicamente, Merle non viveva più con noi, non a tempo pieno, almeno.

Ruthie era spaventata dal rumore e dall’attività del canile, quindi stava con un volontario del rifugio, che ci ha detto che l’avevano trovata a vivere per strada. “Vivi in ​​strada vicino a una panetteria?” Ho chiesto. Era terrorizzata, ma così grassa, lucida e dorata. Il suo modulo di adozione la elencava come “purosangue heeler”, il che non è nemmeno una cosa. Sembrava una miscela di corgi-heeler, o come se un maiale si fosse accoppiato con un bagel . Il volontario mi ha detto che Ruthie camminava al guinzaglio, il che, in un certo senso, era vero. Ruthie corse in cerchio intorno a me da una parte e poi dall’altra, avvolgendomi, scartandomi, poi scappando in una direzione, poi nell’altra.

Tutti potevano essere d’accordo sul fatto che Ruthie fosse carina ma chiaramente non OK

“Cosa vuoi fare?” ha chiesto il mio ragazzo. “Devo giocare a D. & D. tra due ore.”

“Prendiamola e basta”, ho detto. “Se non funziona, possiamo riportarla indietro.”

Il giorno successivo, un ospite che ci aveva trovato tramite l’app Couchsurfing ha lasciato il nostro cancello aperto. Aveva infranto l’unica regola che avevo stabilito per il suo soggiorno: “Fai quello che vuoi, per favore, per l’amor di Dio, non lasciare il cancello aperto”. Mi maledissi mentre correvo dietro a Ruthie attraverso una strada trafficata, poi un’altra. Riuscii a litigare con lei, solo per farla scivolare fuori dal colletto e scappare di nuovo. Alla fine l’ho affrontata sul prato di un vicino. Ringhiò e si girò di scatto, i suoi denti superiori mi raschiavano il cuoio capelluto, ma non la lasciai andare. “Sono tua madre,” dissi, ansimando nella sua pelliccia. «Ti amo già, Ruthie. Qualunque cosa stiamo passando, la passeremo insieme. Non permetterò mai a nessuno di ferirti. ” La sentii smettere di lottare sotto di me, come se mi avesse sentito, ma probabilmente era solo tirata fuori.

Da quel momento, Ruthie sembrava sempre essere premuta contro di me, sia sveglia che addormentata, saltandomi addosso e supplicando di essere accarezzata, emettendo piccoli rumori di bambino e accoccolandosi più strettamente. Man mano che il nostro amore cresceva, Merle ha continuato a declinare. Ruthie ha reso quel declino sopportabile, esattamente come dovrebbe fare un cane da ponte. “Ami Ruthie più di quanto ami Merle”, mi dicevano le persone in tono accusatorio. Ho detto che ovviamente non l’ho fatto, ma avevano ragione. No, non era affatto un bravo cane. Ma era coccolona e disperatamente innamorata di me, e questo può compensare molto.

Lo scorso giugno, Merle ha avuto una terribile notte di vomito. P. e io abbiamo deciso di incontrarci dal veterinario alle otto e mezza del mattino, quando la clinica ha aperto. Alle otto e un quarto, ho finito di leggere un articolo in cui pesava la questione se il personaggio di Awkwafina in “Crazy Rich Asians” fosse razzista, si alzò e disse: “Dai, Merle, andiamo dal veterinario!” Gli occhi di Merle erano aperti, ma non si mosse.

“Merle?” Ho detto.

P. l’ha avvolta in un lenzuolo di flanella che aveva in macchina. L’abbiamo messa sul ghiaccio e l’abbiamo portata a San Juan Ridge, dove era cresciuta con Don, l’esperto di alberi / molestatore sessuale. P. e il mio ragazzo hanno scavato una buca e l’abbiamo calata tutti dentro. Prima di sporcarla, ho guardato attentamente il profilo caratteristico del suo muso corto sotto il lenzuolo, per l’ultima volta. Ho pianto, ma il mio dolore non era straziante, perché Ruthie ci correva intorno in cerchio. Mi sono complimentato con me stesso per questo abile modo di evitare i sentimenti negativi tipicamente causati dalla perdita. Cani da ponte: 1. Morte: 0.

Passarono circa due mesi e raramente pensavo a Merle. Era il suo momento, ho detto. Ero stata pronta, ho detto. Ero stato pronto.

La notte del 24 luglio lavavo i piatti, come al solito, il mio divertimento notturno. È stata una notte di pandemia particolarmente brutta. Ero certamente grato di vivere con il mio ragazzo e di non essere tutto solo, ma mi mancava vedere gli amici. Ero anche arrivato a un punto in cui l’introspezione forzata da mesi di semi-quarantena – il lungo silenzio che consentiva la catalogazione incessante di errori, fallimenti e delusioni – mi faceva chiedere se meritassi di avere degli amici.

In mezzo a questo sinistro pessimismo e dolore, ho visto che il nuovo album di Taylor Swift era uscito. Come molte persone, credo, di averlo ascoltato da solo, in cuffia, con le lacrime che mi rigavano le guance. Ho ascoltato fino in fondo e poi sono tornato al mio preferito, il secondo brano, “cardigan”. Ha colpito un tono perfetto di rifiuto di smettere di provare il piacere della presenza di qualcuno che se n’è andato. “Ti conoscevo” è il ritornello: “Ti conoscevo / Ballando con i tuoi Levis / Ubriaco sotto un lampione / Io, ti conoscevo / Mano sotto la mia felpa / Baby, bacialo meglio.”

Ho pensato a Merle. Due minuti e mezzo dopo, mentre la canzone si avvicinava al suo ultimo ritornello decrescente di ritornelli: “Sapevo che saresti tornato da me / E saresti tornato da me / e saresti tornato da me / Tu “tornerei”: il ricordo squisito di Merle e della sua perdita mi ha finalmente colpito. Sono caduto in ginocchio, piegato dalla totalità della sua assenza, mesi di perdita inghiottita pressati in questo istante di devastazione indotta da canzoni pop. Merle, il mio Merle, che mi aveva riportato indietro dalla morte.

Ruthie si precipitò in cucina, presentandosi a me, come sempre, con affetto senza fondo. Ma il mio cuore soffriva per Merle, le sue gambe instancabili che si muovevano nell’oscurità, il modo in cui poteva uscire da uno sprint fino a un punto morto, il suo sorriso instancabile nello specchietto retrovisore, promettendomi che niente aveva importanza e che tutto era fantastico. Ricordavo di aver parlato al mio amico del trucco di Merle, e di come aveva detto che non sembrava proprio un trucco. Non ci sono trucchi per l’amore o la morte. C’è solo il tempo in cui eri con la persona che amavi e il tempo in cui non ci sono più, e più tempo, e ancora di più.

Sara Meller