Sarebbe giusto riportare in vita un animale estinto?

Gli scienziati stanno mettendo a punto diverse tecnologie per far rinascere esemplari scomparsi, o delle versioni ibride incrociate con specie esistenti, sollevando questioni di natura giuridica, ambientale e morale 

Il topo non sembrava niente di speciale. Aveva gli stessi occhi rossi lucidi e il pelo bianco di qualsiasi altro topo da laboratorio. Certo, il suo dna era stato modificato per renderlo adatto a testare farmaci contro il cancro, ma neanche questo era un fatto insolito. Era il 1988, ed erano passati oltre dieci anni da quando i ricercatori del Salk institute avevano dimostrato che era possibile creare topi geneticamente modificati inserendo dna virale in embrioni di topo. Molti altri animali geneticamente modificati sarebbero stati creati nei decenni successivi, ma nessuno di loro si sarebbe dimostrato così importante – o controverso – come OncoMouse.

Ciò che rendeva OncoMouse notevole erano le scartoffie. Il 12 aprile 1988, l’US Patent and Trademark Office – l’ufficio brevetti degli Stati Uniti – consentì che venisse brevettato, la prima volta per un animale vivente. Il brevetto trasformò un topo – che era stato modificato per essere più predisposto al cancro – in un’invenzione giuridicamente protetta, grazie a un brevetto che impediva a chiunque altro di fare o vendere topi con le stesse modifiche genetiche, perlomeno per i vent’anni di validità del brevetto (che fu concesso alla Harvard University, che passò a sua volta la licenza in esclusiva al principale finanziatore della sua ricerca, l’azienda chimica DuPont). PUBBLICITÀ

Il brevetto cambiò la scienza per sempre. Dopo OncoMouse, gli scienziati fecero a gara per inventare – e brevettare – altri animali che sarebbero stati utili per le loro ricerche. Per lo più si trattava di topi, ma occasionalmente furono brevettate anche altre specie, come nel caso dei conigli ingegnerizzati per essere suscettibili all’infezione da hiv. OncoMouse è stato usato in innumerevoli studi sui tumori al seno e ha aiutato i ricercatori a capire la genetica dietro la predisposizione umana al cancro.

I passaggi cruciali della storia:

Da OncoMouse a Dolly

Ma OncoMouse aveva anche sollevato una domanda scomoda: dove tracciamo il confine tra ciò che appartiene agli esseri umani e ciò che appartiene alla natura? E se possiamo brevettare  gli animali che esistono oggi, cosa ci impedisce di farlo anche per specie che si sono estinte molto tempo fa? È un dilemma morale che richiama direttamente da Jurassic Park, ma con cui avvocati e scienziati stanno facendo i conti nella realtà. Colossal – una startup co-fondata dal genetista di Harvard George Church – vuole far risorgere un mammut lanoso entro i prossimi sei anni. L’amministratore delegato della società, Ben Lamm, è sicuro che sia brevettabile. Ma riportare in vita una specie che ha calpestato la Terra per l’ultima volta quattromila anni fa solleva una serie di interrogativi per i quali gli scienziati sostengono non siamo del tutto preparati. Si può davvero brevettare un mammut? E se si può, dovremmo farlo?

Il tempo per rispondere a queste domande si sta esaurendo: “Stanno succedendo un sacco di cose al momento“, ha raccontato Mike Bruford, un biologo della conservazione della Cardiff University, che ha contribuito a redigere le linee guida sulla de-estinzione del’International union for conservation of nature. Bruford teme che la maggior parte del lavoro di de-estinzione venga fatto da aziende private e che gli scienziati non possano essere sicuri delle loro intenzioni. Quando si tratterà di decidere dove – o se – gli animali estinti saranno liberati in natura, il loro status giuridico conterà moltissimo.

Altri tentativi di clonazione di specie in pericolo hanno avuto più successo. Nel 2020, alcuni scienziati hanno clonato per la prima volta un furetto dai piedi neri. Il clone, un’esemplare femmina chiamato Elizabeth Ann, è la copia genetica di una femmina selvatica chiamata Willa, morta negli anni Ottanta. Una volta diffuso su tutte le Grandi pianure degli Stati Uniti, si pensava che il furetto dai piedi neri fosse estinto, fino a che nel 1981 il cane di un ranch aiutò alcuni scienziati a scoprire una colonia di diciotto esemplari nel Wyoming. Anche se ora ci sono circa 370 furetti dai piedi neri in natura, la specie è ancora estremamente a rischio di estinzione, ed è per questo che gli specialisti della conservazione stanno cercando disperatamente un compagno per Elizabeth Ann.

È estremamente improbabile che vedremo mai un brevetto per Elizabeth Ann o altri animali resuscitati attraverso la clonazione. La maggior parte dei sistemi giuridici rende impossibile brevettare cose che si verificano in natura. Non si può brevettare un animale o una pianta semplicemente perché la si trova per primi: bisogna dimostrare di averli inventati. Elizabeth Ann è – legalmente parlando – un ovvio prodotto della natura. Il suo dna è una copia quasi esatta di quello di Willa: è un duplicato, non un’invenzione. Gli scienziati che clonarono la pecora Dolly nel 1996 speravano di ottenere un brevetto, ma furono respinti proprio per questo motivo.

La clonazione non è però l’unica strada possibile per la de-estinzione. Nel settembre 2021, la startup Colossal ha annunciato di aver raccolto quindici milioni di dollari per riportare in vita il mammut lanoso. Anche se Colossal si presenta come  azienda leader nel campo della de-estinzione – il suo sito web ha un’intera pagina dedicata al termine – la startup non sta propriamente resuscitando i mammut lanosi. Dal momento che non esiste un genoma di mammut che sia abbastanza completo da essere impiantato direttamente in una cellula uovo, la clonazione è fuori questione. Quello che gli scienziati di Colossal vogliono fare invece è usare la loro conoscenza del genoma dei mammut per modificare il dna di un elefante asiatico in modo che assomigli di più a quello dei loro antichi cugini più pelosi.

Non stiamo de-estinguendo il mammut. In sostanza, stiamo de-estinguendo i suoi geni per rendere  gli elefanti asiatici tolleranti al freddo“, ha spiegato l’amministratore delegato di Colossal Ben Lamm. Il risultato finale sarebbe un ibrido elefante-mammut che Lamm descrive come un “mammut funzionale” o un “elefante artico“. Alla fine del processo, Lamm vuole liberare gli elefanti artici nella tundra siberiana, dove spera che aiutino a ricreare l’antico ecosistema della steppa, ripristinare le praterie e contribuire a tenere l’anidride carbonica imprigionata nel permafrost (se ciò accadrà davvero o meno è oggetto di dibattito).

Nonostante la strizzata d’occhio a Jurassic Park, Lamm sostiene che l’obiettivo di Colossal non sia quello di monetizzare direttamente i mammut, ma piuttosto brevettare e concedere in licenza altre tecnologie sviluppate nel percorso. Per esempio, la società potrebbe aver bisogno di creare giganteschi uteri artificiali per far crescere gli ibridi di mammut-elefante, e la tecnologia potrebbe aiutare i bambini umani nati molto prematuramente a sopravvivere. Altre tecniche che Colossal sviluppa per l’editing genico o la conservazione del dna animale potrebbero essere utili per la ricerca scientifica o le attività di conservazione. 

Un progetto della non-profit Revive & Restore, che ha partecipato alla clonazione del furetto dai piedi neri, sta impiegando un approccio di editing genetico simile a quello di Colossal, ma questa volta per riportare il piccione migratore estinto. In entrambi i casi, l’obiettivo non è quello di ricreare perfettamente la specie estinta, ma piuttosto un animale ibrido che sia abbastanza simile da inserirsi nella stessa nicchia ecologica del suo antenato. É possibile che in passato i piccioni migratori fossero gli uccelli più numerosi del pianeta, racconta Ben Novak, uno scienziato che guida il progetto sui piccioni migratori a Revive & Restore. Prima che si estinguessero nel 1914, gli uccelli vivevano in fitti stormi negli Stati Uniti e in Canada, e la loro dieta di semi, frutta e noci ha contribuito alla formazione delle foreste del nord-est degli Stati Uniti. Reintrodurre la specie – o una specie simile – nella zona potrebbe aiutare a proteggerne i fragili ecosistemi forestali.La questione legale

Un approccio ibrido alla de-estinzione potrebbe essere abbastanza fantasioso da riuscire a ottenere un brevetto. Dal momento che gli elefanti-mammut non sono mai esistiti in natura, potrebbero non rientrare nelle norme che escludono i cloni dal brevetto. Un recente articolo nel Journal of Law and the Biosciences ha sottolineato come alcuni esperti giuridici siano sicuri che le specie estinte possano essere brevettate, almeno negli Stati Uniti (nell’Unione europea, i brevetti possono essere negati per motivi morali). Gli autori dell’articolo espongono alcune delle ragioni per cui le aziende potrebbero voler brevettare animali estinti: per esempio, per attrarre gli investitori con la promessa di future ricavi derivanti dalle licenze, per impedire ad altre aziende di lavorare sugli stessi animali e per assicurarsi i diritti esclusivi di esporre l’animale in uno zoo o in un parco.

Ma Andrew Torrance, professore di diritto alla University of Kansas, non è così sicuro che la legge statunitense lo permetterà. Torrance fa riferimento a una battaglia legale su alcuni brevetti che avrebbero dato a una società di test genetici i diritti esclusivi per isolare e sequenziare i geni umani BRCA1 e BRCA2. Le mutazioni di questi geni possono aumentare sensibilmente il rischio di tumore al seno e alle ovaie. Nel 2013, la Corte suprema degli Stati Uniti ha stabilito che dal momento che i due geni si presentano naturalmente, non possono essere brevettati. Un tribunale potrebbe decidere che anche modificare un elefante asiatico per renderlo più simile a un mammut equivale a ricreare qualcosa che esisteva in natura.

Mentre non sappiamo ancora se la de-estinzione sarà possibile, nel caso in cui funzionasse potrebbe essere redditizia. Nel 2013, tre avvocati redassero un lungo documento sostenendo che prima o poi la questione del brevetto avrebbe dovuto essere affrontata. Le aziende di de-estinzione potrebbero volere i diritti esclusivi per esporre gli animali in un parco appositamente costruito, à la Jurassic Park. Un’azienda potrebbe resuscitare l’ara rossa cubana o il parrocchetto della Carolina e vendere gli uccelli agli appassionati di pappagalli desiderosi di pagare un sovrapprezzo per uccelli rari. Alla fine, dice Torrance, la legge dovrà adattarsi ale nuove situazioni, per quanto inverosimili ci sembrino ora.

Le possibili conseguenze sugli ecosistemi

Esiste, naturalmente, una domanda più grande: se anche fosse possibile brevettare le specie rinate, dovremmo farlo? La de-estinzione potrebbe essere vista come una ricompensa per le centinaia di specie che l’uomo ha parzialmente o totalmente portato all’estinzione. Novak pensa che ogni specie eliminata dall’uomo dovrebbe essere vista come un candidato legittimo per la de-estinzione, a patto che ci sia ancora un posto dove possa vivere naturalmente. Per un conservazionista come Bruford, la questione importante è se esiste davvero una nicchia in un ecosistema che deve essere riempita e se, nel caso, una specie resuscitata sarebbe l’opzione giusta.

A volte quella nicchia può essere scomparsa del tutto. Dopo tutto, sono passati migliaia di anni da quando i mammut lanosi vagavano per la Siberia. E piuttosto che riportare in vita specie estinte, un altro modo in cui i conservazionisti potrebbero colmare una lacuna dell’ecosistema è introdurre una specie simile da una zona diversa. Bruford, per esempio, è coinvolto in un progetto per trasferire la tartaruga gigante di Aldabra su un’isola vicino alle Mauritius, allo scopo di colmare il vuoto lasciato dalla tartaruga  locale, ormai estinta. Altri hanno proposto di introdurre una specie di corallo resistente al calore in aree minacciate dal cambiamento climatico.

Se riportassimo animali estinti negli ecosistemi moderni, inoltre, potremmo finire per incorrere in altri gravi problemi, spiega Bruford. I mammut sono animali enormi che si muovono in un’area vastissima. Potrebbero quindi essere difficili da contenere, e non sappiamo se le malattie che potrebbero aver limitato le dimensioni delle popolazioni di mammut esistano ancora oggi. 

C’è poi anche la questione non trascurabile di come verrebbero classificati gli animali estinti. Un elefante asiatico geneticamente modificato sarebbe considerato un mammut, un elefante o una via di mezzo? Finirebbe direttamente nell’elenco delle specie in via di estinzione? O – dal momento che non è mai esistito prima – sarebbe tecnicamente una specie invasiva e vietata nella maggior parte delle aree?

Novak, nonostante sia favorevole alla de-estinzione, non pensa che il settore dovrebbe essere sfruttato a scopo di lucro, o che una specie resuscitata dovrebbe mai essere brevettata. La maggior parte delle sue pubblicazioni scientifiche sono disponibili gratuitamente online e nel caso in cui riuscisse a resuscitarli, Novak dice che non venderà mai i piccioni migratori.

Ma senza investimenti privati, la de-estinzione potrebbe non decollare mai, sostiene Lamm. Colossal dovrà raccogliere ancora più soldi per portare avanti il suo progetto, e Lamm spera che le tecnologie che la startup svilupperà nel percorso vadano a beneficio dell’assistenza sanitaria, della ricerca e della conservazione. 

I brevetti – o almeno il profitto – potrebbero essere il prezzo che i conservazionisti devono pagare. E nonostante respinga con veemenza il modello di de-estinzione a scopo di lucro, anche Novak ha un’idea che vuole brevettare. Si tratta di un piccione geneticamente modificato su cui sarebbe molto più facile eseguire editing genetico rispetto agli uccelli esistenti, che secondo Novak potrebbe far risparmiare un sacco di tempo ai ricercatori. Se la sua idea funzionasse, e gli venisse concesso un brevetto, gli piacerebbe investire i fondi ottenuti con l’invenzione nel suo lavoro sulla de-estinzione: “Dobbiamo fare soldi. Tutto il mondo gira intorno al denaro – ha spiegato –.Quindi vorrei provare a prendere la mia piccola fetta della torta“.

Questo articolo è comparso originariamente su Wired Uk.https://aa2de8a0c5e3b7b8c441b27b0aafd4b7.safeframe.googlesyndication.com/safeframe/1-0-38/html/container.html

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