La Svizzera ha bocciato il referendum per fermare i test sugli animali

Pessimi risultati in Svizzera per i referendum a favore del benessere e dei diritti degli animali. Sia quello sulla sperimentazione animale che quello sui primati sono stati bocciati da un’alta maggioranza di cittadini.

Il referendum che chiedeva non solo un divieto assoluto di ogni tipo di sperimentazione sugli animali ma anche di proibire l’importazione di prodotti sviluppati con questi esperimenti è stato affossato in Svizzera da circa il 79% dei votanti.

La sconfitta dell’iniziativa popolare, lanciata da un gruppo di cittadini del cantone di San Gallo e sostenuta da circa 80 organizzazioni e da aziende attive nell’ambito del benessere degli animali, era data abbastanza per scontata. Sia perché, l’intero Governo e il Parlamento, insieme anche alla “Swissuniversities” l’organizzazione delle università e il Fondo Nazionale di ricerca, hanno osteggiato in maniera molto decisa il referendum, invitando con forza la popolazione a votare No. Sia perché già in altre tre occasioni gli elettori avevano respinto a larga maggioranza proposte in questo senso: nel 1985 con il 70%, nel 1992 con il 56% e nel 1993 con il 72%.

Del resto, però, c’è da dire che in Svizzera esiste già una legge molto severa in proposito, introdotta nel 2008 che non solo pretende un’autorizzazione per ogni esperimento di laboratorio ma soprattutto obbliga i richiedenti a dimostrare che i benefici della ricerca superano le sofferenze inflitte agli animali e che non esistono alternative alla sperimentazione animale.

Il medico promotore del referendum, Renato Werndli, ha definito «crudele e superfluo» i test sugli animali, visto che la sperimentazione animale può essere sostituita da simulazioni informatiche con chip biologici, semiconduttori che sviluppano reazioni biochimiche o microdosaggi su esseri umani.

Purtroppo, non è dello stesso avviso Interpharma, associazione delle aziende farmaceutiche, secondo cui, se il referendum fosse stato approvato «la ricerca farmaceutica, gli studi clinici negli ospedali e la ricerca di base nelle università non sarebbero stati più possibili».

Così come contesta le tesi di Werndli, Maries van den Broek dell’Università di Zurigo, secondo la quale, anche se circa 750 topi all’anno muoiono al termine degli esperimenti, non esiste un’alternativa e senza questi particolari esperimenti, non saremmo in grado di sviluppare trattamenti che salvano vite umane.

In tema animalista anche un altro referendum svolto solo nella città di Basilea, che chiedeva agli elettori di esprimersi sui diritti fondamentali delle scimmie, ha avuto esito negativo. Presentato dal movimento antispecista Sentience Politics, il quesito chiedeva che la costituzione della città-cantone garantisse ai “primati non umani” il diritto alla vita e all’integrità fisica, proprio come avviene per gli umani

Ma anche in questo caso il referendum è stato bocciato: il 74,7% dei cittadini ha votato contro l’inclusione dei diritti fondamentali delle scimmie nella Costituzione cantonale. Tra questi gli appartenenti alle organizzazioni economiche, all’industria farmaceutica e allo Zoo di Basilea.

L’importanza di un voto positivo su questo specifico tema, non sarebbe stato tanto il suo impatto diretto sui primati, visto che gli unici primati non umani che vivono nella città sul Reno sono quelli dello Zoo. Ma sarebbe stato invece il primo caso al mondo in cui agli animali sarebbero stati concessi diritti fondamentali attraverso la democrazia diretta.

Come si svolge la sperimentazione animale in Italia

In Italia il 90 per cento dei 600mila animali utilizzati per la sperimentazione sono topi e ratti. Poi seguono pesci, uccelli, altri roditori e conigli. E, infine, ma in minor numero cani, gatti, primati non umani e animali domestici come capre e maiali.

In Europa però, dove sono circa 12 milioni gli animali totali utilizzati per i test, c’è chi fa molto peggio di noi: come la Germania, la Gran Bretagna e la Francia, che impiegano da soli oltre due milioni di animali, circa quattro volte gli animali utilizzati nel nostro Paese.

L’iter di approvazione di un progetto che intenda sottoporre gli animali a queste terribili torture comincia con la presentazione della domanda di autorizzazione dell’Organismo preposto al benessere animale (OPBA) al Ministero della salute tramite la Banca Dati Telematica della Sperimentazione Animale.

A seguire, il Ministero sottopone il progetto alla valutazione tecnico-scientifica dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), ma, nel caso di utilizzo di primati non umani, cani, gatti ed esemplari di specie in via di estinzione, il progetto sarà sottoposto al Consiglio Superiore di Sanità.

Una volta che il progetto verrà accettato, il Ministero dà notizia all’Azienda Sanitaria Locale (ASL) territorialmente competente. A questo punto l’autorizzazione durerà fino e non oltre i cinque anni e potrà essere revocata qualora il progetto non venga realizzato nel rispetto delle disposizioni delle normative.

Il personale coinvolto nella sperimentazione dovrà soddisfare alti livelli di competenza, ma dovrà anche partecipare a corsi di formazione continua specialmente in termini di benessere animale, seguendo le relative Linee guida stilate con decreto del Ministro della salute 5 agosto 2021.

Quali sono le normative europee di riferimento?

In Italia è il Decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 26 “Attuazione della Direttiva 2010/63/UE sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici” a regolamentare l’impiego di animali per fini scientifici, che, oltretutto introduce norme ancora più restrittive rispetto alla Direttiva europea non permettendo, nonostante le moratorie, le ricerche sugli xenotrapianti e sulle sostanze d’abuso.

In base alle disposizioni del decreto, tutti i progetti di ricerca che impiegano animali vertebrati e alcuni invertebrati, devono essere autorizzati dal Ministero della salute e portati avanti all’interno di stabilimenti utilizzatori autorizzati.

Le norme tendono a proteggere il più possibile gli animali e il loro impiego e, infatti, è consentito soltanto quando il responsabile del progetto di ricerca possa dimostrare di non riuscire a raggiungere il risultato ricercato con nessun altro metodo di sperimentazione scientifica che non implichi l’impiego di animali vivi.

Una volta dimostrato ciò, in ogni caso, a parità di risultato, sono favorite le procedure che richiedono il minor numero di animali, utilizzano animali con la minore capacità di provare dolore, sofferenza o danno prolungato, sono in grado di minimizzare dolore, offrono le maggiori probabilità di risultati soddisfacenti e hanno il più favorevole rapporto tra danno e beneficio.

Il quadro normativo regola anche i requisiti per gli impianti, gli stabulari e le attrezzature; le ispezioni e i controlli sulle ispezioni; le disposizioni sull’uso degli animali normalmente consentiti e sull’uso di altri animali come specie minacciate d’estinzione, primati non umani, animali prelevati dallo stato selvatico, animali randagi e selvatici delle specie domestiche.

Regola anche i requisiti per le procedure scientifiche e la loro possibile adozione e poiché, per la prima volta, è stato classificato il livello di dolore procurato durante le procedure sperimentali, la norma ha introdotto anche l’obbligo di anestesia. Inoltre, se i test prevedono un elevato dolore per gli animali, ottenere l’autorizzazione alla sperimentazione sarà più difficile e occorreranno maggiori obblighi.

Di nuova introduzione, grazie a questa normativa, è stato il cosiddetto principio delle 3R, ovvero Refinement (raffinamento delle condizioni sperimentali per ridurre la sofferenza dell’animale migliorandone anche le condizioni di vita), Reduction (riduzione del numero di animali utilizzati) e Replacement (sostituzione degli animali con metodi alternativi nella maggior misura possibile).

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