Prima Guerra Mondiale. Uomini, Soldati, Eroi… E Animali…

Durante la Grande Guerra, oltre ai sacrifici immani dei soldati, un altro contributo a quella
vittoria va ricordato ed onorato, ed è quello offerto da centinaia di cani, per lo più di razza
maremmana-abruzzese, adibiti al traino ed al trasporto di viveri e munizioni negli scenari
bellici.
In una Relazione della brigata Pistoia del 1916, conservata dall’Ufficio Storico
dell’Esercito, si legge: “L’addestramento dei cani non richiede molto tempo, e presto si
abituano allo scoppio vicino dei proiettili d’artiglieria. Rispetto ai muli, i cani possono
giungere, allo scoperto, in maggiore prossimità della prima linea e il loro mantenimento è
di pochissimo costo”.
I cani prestarono servizio non solo in pianura ma anche nei contesti montani più impervi e
pericolosi, come quelli della “guerra bianca” che si sviluppò nelle Alpi, dalle Giudicarie
all’Adamello-Presanella e all’Ortles-Cevedale, a 3000 metri e con temperature che
nell’inverno 2017 toccarono i 30 gradi sotto lo zero, con valanghe rovinose ed
abbondantissime nevicate.
In questo scenario proibitivo muli ed asinelli si ammalarono di polmonite, e furono ben
presto sostituiti dai cani.
E così i cani da gregge, requisiti in tutto l’Appennino, dopo aver sfidato il caldo torrido del
deserto nella guerra di Libia, dove avevano suscitato l’ammirazione del col. inglese Edwin
H.Richardson furono di nuovo “richiamati” per affrontare il ghiaccio e le nevi delle Alpi.
“Robusti, volenterosi….fra le stanghe dei loro carrettini, col petto affannato le brave bestie
guardano il soldato che le guida…hanno imparato, conoscono la strada; il frastuono del
combattimento non li spaventa. E vanno al fuoco come veterani”, dirà di loro Luigi Barzini,
nel suo libro “Al fronte”, mentre ne “La Lettura”, rivista mensile del Corriere della Sera, nel
dicembre 1919 si legge: “sui monti si attaccavano quasi sempre in tre alla troika ed
assicuravano, rifornendole, il mantenimento di posizioni talmente avanzate che sarebbero
state altrimenti insostenibili. Sull’Adamello i cani sommarono presto a cinquecento; su tutta
la fronte, nel 1917, furono oltre tremila… I cani da guerra sono stati dei soldati, in tutto e
per tutto. Avevano, per quanto preparata in modo speciale, la stessa razione del
soldato…ebbero anche le loro vittime e le loro glorie sanguinose. E’ stata calcolata per
essi una mortalità del sessanta per cento per ferite e malattie…La razza migliore e più
resistente si è dimostrata quella dei pastori dell’Alto Abruzzo, dai bei lunghi mantelli per lo
più bianchi, non di rado macchiati di scuro”.
Del resto che il contributo dei cani fosse risultato determinante si desume anche da una
compiaciuta menzione nella Relazione del Comando Supremo diramata il 23 marzo 1917
sotto la supervisione del gen.Cadorna, in cui si legge:
“Infine è da ricordare il largo aiuto dato ai trasporti ordinari in alta montagna dai cani da
guerra, dimostratisi assai resistenti al freddo, capaci di trainare in pariglia, con qualunque
tempo, anche in mezzo alla tormenta, una slitta con carichi da 70 a 80 chilogrammi”.
Un commosso apprezzamento ricorre anche nelle memorie del gen. Quintino Ronchi,
comandante dal 1917 del settore Adamello-Alta Val Camonica. Ne “La Guerra
sull’Adamello”, edito nel 1921, il gen. Ronchi ricorda:
“Nell’estate del 1916 si sperimentò un gruppo di cani per il traino di slitte sui ghiacciaio, poi
il numero aumento’ gradualmente… Preziosi animali. Erano in prevalenza razza da
pastore requisiti negli Appennini ed addestrati al canile militare di Bologna. Mantello per lo
più bianchi, non di rado macchiati di scuro”.
Del resto che il contributo dei cani fosse risultato determinante si desume anche da una
compiaciuta menzione nella Relazione del Comando Supremo diramata il 23 marzo 1917
sotto la supervisione del gen.Cadorna, in cui si legge:
“Infine è da ricordare il largo aiuto dato ai trasporti ordinari in alta montagna dai cani da
guerra, dimostratisi assai resistenti al freddo, capaci di trainare in pariglia, con qualunque
tempo, anche in mezzo alla tormenta, una slitta con carichi da 70 a 80 chilogrammi”.
Un commosso apprezzamento ricorre anche nelle memorie del gen. Quintino Ronchi,
comandante dal 1917 del settore Adamello-Alta Val Camonica. Ne “La Guerra
sull’Adamello”, edito nel 1921, il gen. Ronchi ricorda:
“Nell’estate del 1916 si sperimentò un gruppo di cani per il traino di slitte sui ghiacciaio, poi
il numero aumento’ gradualmente… Preziosi animali. Erano in prevalenza razza da
pastore requisiti negli Appennini ed addestrati al canile militare di Bologna. Mantello di
massima bianco, pelo ricciuto, alti, forti, intelligentissimi, dimostrarono subito uno spiccato
adattamento ed un eccezionale resistenza ai rigori del clima…Con attacchi a tre a tre
trainavano le slitte con un carico utile da 130 a 150 kg. Erano quasi tutti dislocati a Passo
Garibaldi in una grande baracca costruita ad uso canile con doppie pareti e sollevata di
circa un metro sul piano della neve. Avevano una razione quasi identica a quella del
soldato e quindicinalmente il capitano della Sussistenza faceva loro omaggio dei rifiuti di
macelleria… Nessuna malattia contagiosa ebbe mai a svilupparsi. I loro nomi erano quelli
comuni alla stirpe canina, ma non mancavano quelli chiamati Crispi, Garibaldi ecc. ecc…
Iniziavano il servizio all’alba e di massima compivano due viaggi giornalieri dal Passo
Garibaldi ai centri di Passo Lobbia, Passo Fargorida e teleferica del Cavento.
Complessivamente trasportavano dai 150 a 200 quintali di carico al giorno… Nell’inverno
durante la tormenta, erano meravigliosi. Il gelo ricopriva la loro testa, il collo, le zampe di
ghiaccioli, il nevischio sferzava i loro occhi ed essi con le code basse, soffiando dalle nari,
procedavano instancabilmete attraverso quel paesaggio lunare… Erano
disciplinatissimi…”
E quanto dura fosse la vita a quelle altezze è lo stesso Ronchi a descrivercelo:
“Il combattente viveva nel ghiaccio e ad una altitudine che logora e disturba e che affatica
enormemente anche gli organismi più perfetti. Non un filo di verde che riposasse la vista,
non un sorso d’acqua che non fosse quello avuto dalla neve liquefatta al fuoco. Un silenzio
infinito, un vuoto opprimente, un clima contro il quale non vi era riparo, un gelo che
uccideva, una tormenta che rendeva impossibile il movimento e il respiro, un cumulo di
neve che affogava. Cento metri di percorso spesso fiaccavano un uomo. ”
Eppure i cani da gregge degli Appennini fecero il loro dovere fino in fondo, anche nel
trasporto dei feriti con apposte slitte-barelle.
Il cap. Alfredo Patroni li ricorda “quasi tutti bianchi, dal pelo fitto e ondulato, intelligenti” e,
nel suo libro “La conquista dei ghiacciai 1915-1918” ce ne tramanda il coraggio scrivendo:
“neppure essi tremarono mai, sotto il piombo nemico, non vacillarono mai, sull’orlo degli
abissi e nelle tormente, ma soffrirono anch’essi, da forti, il freddo, gli stenti e le fatiche e
nessuno di questi cari amici dell’uomo, come nessun alpino dei ghiacciai, disertò mai
difronte al nemico…Durante la battaglia i cani moltiplicarono gli sforzi e le attività, sfidando
impavidi le mitraglie nemiche e le valanghe per trasportare le munizioni ed i viveri ai loro
compagni impegnati nella battaglia”.
Anche per questo appare meritoria ed opportuna l’iniziativa del Circolo del Pastore
Maremmano Abruzzese che, nel centenario della Vittoria, ha voluto apporre una targa
commemorativa nel Museo della Guerra Bianca di Temù, ai piedi dell’Adamello, affinchè
non vada perduta la memoria del sacrificio di questi nostri amici, umili eppur grandi eroi a
quattro zampe.
E per concludere non ci si può non soffermare sulla voce secondo cui negli ultimi mesi di
guerra, sull’onda dell’avanzata, i nostri reparti alpini avrebbero abbandonato i cani legati
alla catena i cani e questi sarebbero in parte morti di fame ed in parte si sarebbero liberati,
diventando randagi aggressivi e pericolosi che poi sarebbero stati abbattuti a fucilate dagli
abitanti di Temù. Ristabiliamo la verità: questa notizia, che è spesso rimbalzata nel mare
del web, dove le fake news imperversano senza ritegno e dove molti analfabeti seriali
parlano senza conoscere e senza citare fonti documentali, e’ contenuta nel libro di Folco
Quilici “Storia degli animali nella grande Guerra”, in cui viene riportata come una
confidenza raccolta da un abitante anonimo di Temù nel 1960, e riferita peraltro,
testualmente, a “cani addestrati a combattere a fianco dei nostri Soldati ."
Ora, intendiamoci: tutto va storicizzato ed oltre un secolo fa, in condizioni tanto difficili in
cui spesso non c’era pietà per gli uomini, è possibile che ai cani non sia stato assicurato
ilmassimo del confort, ma va escluso che un corpo tradizionalmente affezionato agli
animali come gli Alpini (leggendario il binomio mulo-alpino) possa essersi comportato con
tanta crudeltà. In reparti in cui certo le munizioni non difettavano, non sarebbe stato più
semplice sopprimere i cani con un colpo di pistola piuttosto che lasciarli morir di fame?
Sembra proprio una bufala o, come la definisce Lucio Fabi, storico esperto del ruolo degli
animali nella prima guerra mondiale, “una leggenda di guerra denigratoria nei confronti dei
soldati italiani… nessuno storico la conferma… non ci sono le fonti…”
Un‘altra circostanza mi sembra importante e, direi, risolutiva nello sfatare la leggenda
infame dell’abbandono di questi cani. Ernesto Tron, nel suo volume “Il Cane” del 1954,
scrive tra l’altro : ”… Il cane Turco si guadagnò i galloni di caporale, concesssigli dal
comandante della Brigata Umbria. Si era in Cadore e si trattava di far arrivare l’acqua
potabile alla truppa in trincea attraverso una zona scopertissima… l’incarico venne affidato
a Turco che lo assolse a meraviglia. Egli partiva coi bidoncini pieni, attraversava come una
freccia la zona pericolosa e ritornava con i bidoni vuoti, dopo essere stato ricevuto lassù
alla mensa degli Ufficiali.
ALLA FINE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE I CANI REDUCI EBBERO ANCH’ESSI
LA LORO SFILATA TRIONFALE A MILANO, il 20 settembre 1919”. Ed in effetti, a
conferma della notizia citata dal Tron, nel fascicolo del dicembre 1919 de “La Lettura” A.
Splendori scrive : "… I cani che hanno fatto la guerra tornano talvolta con lo stesso
cerimoniale delle brigate gloriose. Di recente alcune squadre attraversarono Milano fra ali
di popolo e riscossero la loro parte di applausi… Così come si pensò di utilizzare
l’aviazione nei servizi civili di pace, si pensa ora di impiegare i cani sull’esempio della
Svizzera, Olanda, Belgio dove latte, verdure, pane si distribuiscono dai mercati sulle
tipiche carrette trainate dai cani… Bisogna farli conoscere nel loro numero e intutte le loro
virtù, i cani smobilitati… e di questo il Ministero della Guerra ha dato l’incarico
all’Associazione nazionale fra Mutilati e Invalidi di guerra, mettendo a sua disposizione i
cani smobilitati ed il relativo materiale d’attacco”.
Da questi documenti d’epoca si evince che la “leggenda” dell’abbandono è una bufala
totale, bella e buona, anche se, ovviamente, nessuno può escludere che si siano verificati
casi isolati e sporadici di abbandono. In generale, però, i cani “reduci”, come era giusto e
come si meritavano, ebbero festeggiamenti e interessamento per il loro futuro.
PER NON DIMENTICARE
Foto Archivio Storico ritrae i cani al Fronte, sul Passo Monte Croce Carnico al fianco dei
Soldati Italiani durante la Grande Guerra
Si ringrazia Pierangelo Botto per la preziosa collaborazione e segnalazione.
IL SOLDATO DIMENTICATO. La storia di Giovanni Battista Faraldi (Leucotea Edizioni
Sanremo). In tutte le Librerie e Webstore.
https://www.facebook.com/ilsoldatodimenticato/?cft[0]=AZWroMKw9vBVt_oxWC2Mv
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Gli animali domestici possono colmare vuoto da contatto

“Se un numero maggiore di animali domestici avesse abitato con gli umani al momento dei lockdown, le conseguenze psicologiche sarebbero state completamente diverse”. 

animali domestici lockdown vuoto da contatto

AGI –  Gli animali potrebbero rappresentare un valido aiuto durante il difficile periodo del lockdown. A sottolinearlo in un articolo pubblicato sul Journal of Behavioral Economics for Policy (JBEP) gli esperti dell’Università dell’Australia del Sud, che hanno stimato che attualmente oltre la metà della popolazione mondiale condivide la propria vita con uno o più animali domestici.PUBBLICITÀ

“Uno degli effetti proibitivi della pandemia riguarda la negazione del contatto fisico – afferma Janette Young dell’Università dell’Australia del Sud – l’impossibilità di toccarsi e abbracciarsi, per questo un animale domestico potrebbe aiutare a superare questo disagio”.

Il team ha intervistato 32 persone, scoprendo che il 90 per cento dei partecipanti riferiva una sensazione positiva acquisita dal contatto con il proprio animale domestico. “Per riempire il vuoto della solitudine – continua l’esperta – c’è stato un aumento globale delle persone che hanno adottato cani e gatti durante i lockdown.

La spesa per animali domestici stava già raggiungendo livelli record, superando i 13 miliardi di dollari in Australia e i 260 miliardi di dollari a livello globale, ma si tratta di valori che saranno superati”. La scienziata sottolinea che i benefici per la salute derivanti dalla compagnia di un animale domestico sono stati riportati ampiamente, ma esistono pochi dati sugli effetti specifici derivanti dal contatto con i nostri amici pelosi.

Gli animali domestici sembrano essere particolarmente importanti quando le persone sono socialmente isolate o escluse, fornendo conforto, compagnia e aumentando il senso di autostima – aggiunge la ricercatrice – il tatto è uno dei sensi meno approfonditi, ma la letteratura esistente suggerisce che si tratta di un elemento fondamentale per la crescita, lo sviluppo e la salute dell’organismo, regolando i livello di cortisolo”. Gli intervistati hanno menzionato uccelli, pecore, cavalli e persino rettili che sembravano beneficiare del contatto umano.

“Il feedback che abbiamo ricevuto – sostiene Young – è che gli animali domestici sembrano trarre altrettanto piacere dall’interazione tattile. Anche se dal punto di vista culturale, i nostri amici a quattro zampe occupano un livello diverso rispetto alle persone, essi sono percepiti come esseri senzienti, capaci di gestire simpatie e antipatie”.

Gli autori aggiungono che in tempo di pandemia, la possibilita’ di toccare e interagire con un animale potrebbe portare a notevoli benefici. “Gli esseri umani hanno un innato bisogno di contatto – conclude Young – e gli animali domestici stanno aiutando a colmare il vuoto derivato dall’impossibilità di mantenere rapporti fisici. I nostri amici a quattro (ma non solo) zampe potrebbero portare benefici in una serie di situazioni, credo che siano fondamentali anche per l’assistenza agli anziani.

Se un numero maggiore di animali domestici avesse abitato con gli umani al momento dei lockdown, le conseguenze psicologiche derivate dal trauma del distanziamento sociale sarebbero state completamente diverse”. 

Soccorrete gli animali investiti, è un dovere civico e morale.

Transitando con la propria auto sulla strada può purtroppo capitare di investire inavvertitamente un animale domestico o selvatico che a quel punto avrà bisogno del nostro intervento, dal momento che presumibilmente si sarà ferito. In questo caso, o nel caso ci si accorga della presenza di un animale ferito, anche se non siamo stati noi a investirlo, non è possibile far finta di niente e voltarsi dall’altra parte. E non solo per una questione di umanità e buon senso, ma anche perché lo dice la legge, come ci spiega la dottoressa Ilaria Innocenti, responsabile area animali familiari della LAV.

Purtroppo può succedere di investire un animale mentre si transita in auto o in moto sulla strada. Che cosa si deve fare? Al di là del senso civico, cosa ci impone la legge?

“Chiunque investa un animale ha l’obbligo di fermarsi e prestargli soccorso. Il Codice della Strada, grazie a una modifica introdotta con Legge n. 120/2010 fortemente voluta da LAV, prevede, infatti, che l’utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, da cui derivi danno a un animale, ha l’obbligo di fermarsi e di porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso. La norma non si applica solo a cani e gatti e agli animali domestici ma anche agli animali da reddito (mucche, pecore, capre ecc..) o protetti. Chiunque non si fermi e non presti soccorso è punito con una sanzione amministrativa pari al pagamento di una somma da 422 a 1.694 euro.  Occorre sottolineare come l’obbligo di prestare soccorso non riguardi solo il conducente del mezzo a quattro o due ruote, comprese le biciclette, ma anche chi assista all’incidente, in quanto coinvolto nell’evento come i passeggeri a bordo del mezzo. In questo caso la sanzione prevista per chi non ottempera all’obbligo di assicurare un tempestivo intervento di soccorso è il pagamento la sanzione è più lieve, si tratta di somma compresa tra euro 83,00 ed euro 331,00.

Se si investe un animale o si è coinvolti comunque nell’evento è dunque necessario accertarsi delle condizioni dell’animale e attivare immediatamente l’intervento di soccorso. In assenza di un numero dedicato al soccorso animali è possibile contattare laPolizia Locale o il servizio veterinario ASL competente per territorio che ha l’obbligo di reperibilità anche notturna e festiva. Si possono comunque contattare anche i Carabinieri e la Polizia di Stato.

Il Codice della Strada non è, tuttavia, l’unica disposizione a punire l’omissione di soccorso nei confronti di animali. Nell’ipotesi in cui a seguito dell’omissione di soccorso sopravvenga il decesso dell’animale, potrebbe configurarsi il reato di cui all’articolo 544 bis del Codice Penale: “Uccisione di animali” che prevede la pena della reclusione da quattro mesi a due anni”.

Il comportamento che dobbiamo tenere è diverso se si tratta di animale domestico o animale selvatico?

“No, la norma sul soccorso agli animali si applica anche a quelli appartenenti a specie selvatiche. In questo caso però i numeri da chiamare sono quelli della Polizia Provinciale o dei Centri di recupero fauna selvatica o comunque del Servizio Veterinario ASL o i Carabinieri che potranno dare indicazioni circa l’attivazione del soccorso”.

Può inoltre verificarsi anche il caso di accorgersi di un animale ferito perché precedentemente investito. Ci si deve comportare allo stesso modo?

“Sì, è un dovere civico e di rispetto per gli animali”.

Cosa fare in caso si assista a un’omissione di soccorso?

“Occorre raccogliere quante più informazioni possibili (data, orario, targa del veicolo o dei veicoli coinvolti, dinamica dell’incidente, ecc.) e comunicarle tempestivamente alle Forze dell’Ordine e ovviamente attivare i soccorsi per l’animale ferito”.

Come valuta complessivamente la norma sul soccorso agli animali vittima di incidenti stradali?

“È una norma molto importante e di interesse pubblico per gli aspetti sanitari, morali e di sicurezza: occorre però uniformare le procedure di accesso al servizio e favorire i cittadini nel chiedere un intervento tempestivo. Per questo motivo LAV da anni si batte per la creazione di un ‘118 veterinario’ efficace in tutta Italia”.

E se questa eventualità dovesse accadere nel Comune di Carpi?

“E’ a disposizione un servizio attivo 24 ore su 24 per emergenze di questo tipo: esiste infatti una convenzione – precisa l’Assessore all’Ambiente, Riccardo Righi – che l’Amministrazione Comunale ha stipulato con il canile (che comprende anche il Comune di Novi) e il gattile (che comprende anche gli altri tre Comuni delle Terre d’Argine, cioè Soliera, Campogalliano e Novi) per il recupero degli animali incidentati. Come espressamente previsto dalla convenzione, gli addetti che recuperano l’animale devono poi contattare immediatamente il Direttore Sanitario della struttura o il medico veterinario convenzionato, che presterà le cure urgenti necessarie. Gli Agenti della Polizia Locale andranno poi sul posto e ricostruiranno la dinamica dell’accaduto. Sarà loro cura anche individuare e avvisare l’eventuale proprietario dell’animale. Tutti i numeri – conclude l’Assessore – si possono trovare sul sito del Comune di Carpi (comune.carpi.mo.it – aree tematiche – ambiente – animali)”.

Federica Boccaletti

I cambiamenti climatici mettono a rischio la flora e la fauna delle Alpi.

Le Alpi sono la regione più ricca di flora in Europa, con oltre 13mila specie vegetali, di cui circa l’8 per cento endemiche, cioè esclusive. Un primato minacciato dai cambiamenti climatici. Secondo stime recenti, infatti, circa il 45 per cento di questa flora sarebbe a rischio di estinzione entro il 2100, proprio a causa dell’innalzamento della temperatura terrestre.

fiori montagna alpi
Parliamo di piante quali il pino cembro, il rododendro rosso o la tussillagine alpina. Ma a rischiare sono anche il ranuncolo dei ghiacciai o l’androsace alpina che stanno man mano migrando verso altitudini sempre maggiori, entrando in concorrenza con le specie più rare che vivono a temperature più basse, in cima alle montagne. E con la flora si sposta anche la fauna, in un circolo vizioso confermato anche da uno studio intitolato The consequences of glacier retreat are uneven between plant species, che ha visto la partecipazione delle università di Stanford (California), Milano, Varese e Trento.
Perché tanta biodiversità nelle Alpi?
I pendii montuosi, la loro esposizione e l’inclinazione di avvallamenti e crinali creano una moltitudine di microclimi, ognuno caratterizzato da particolari disponibilità di acqua e nutrienti che diversificano gli habitat. La distanza dalle principali attività antropiche non basta più: gli effetti dei cambiamenti climatici si fanno sentire anche ad alte quote, modificando dei microclimi rimasti inalterati per secoli.

E’ morto Tyrion, il cane che tre ragazzi volevano impiccare a Gela Gela

E’ morto Tyrion, il cane salvato da tre minorenni che lo volevano impiccare alla stazione di Gela

Tyrion non ce l’ha fatta. La fine di questa storia era quasi scontato se guardiamo a quanto male è stato fatto al piccolo cucciolo di Pi Bull. Il cucciolo ha cercato disperatamente di difendersi, ha lottato, lui così piccolo contro i suoi carnefici, si è dimenato e ha urlato tutta la sua disperazione, ma i tre continuavano a picchiarlo e a tendere quella orribile corda.

PER QUEI DELINQUENTI CHE LO HANNO AMMAZZATO

“Non sono servite le cure, non è servita tutta l’assistenza del mondo, era anche già malato. Lo hanno fatto per gioco, per divertimento. Allora io voglio dire una cosa. Volevo farlo anche l’altro giorno, con la notizia disumana di quel pastore tedesco semicieco ed invalido abbandonato in una casa dai suoi padroni che si erano trasferiti, a strisciare per terra in cerca di aiuto, e poi morto in riva al mare dopo aver ricevuto un po’ di affetto da dei volontari. Ma mi son frenato perché sembrano le strappastorielacrime. Ora però basta. Chi è crudele con gli animali lo è anche con gli uomini. Alcuni si devono togliere dalla testa l’idea che fare cose del genere, dimostrarsi così crudeli, ma farlo “solo” con gli animali sia un’attenuante e quindi debba essere punito, sì, “ma non tanto perché in fondo era un cane”. Quello è solo un sintomo di qualcosa di più profondo: è sintomo, chiarissimo, di essere – e mi scuso per il termine forte – feccia. E la feccia, appena può, stupra, ammazza, ruba, frega, inganna, truffa e non si fa problemi a predare l’altro, specialmente i più fragili. La feccia non ha riguardo per la fragilità, non ha empatia, non ha anima. Per questo l’individuo che per divertirsi impicca un cane, è lo stesso che domani, in situazione di caos, ti ritrovi a infilarti un coltello nella pancia per portarti via il portafoglio. È garantito. Da qui bisogna ripartire, da questo concetto cardine, principe, primario. E ripartendo da qui, da questo principio, occorre adeguare la legge in materia rendendola più dura così da provocare dissuasione dando pene esemplari, adeguare i mezzi per rendere più rapidi gli interventi e far passare la voglia a questa gentaglia. Se non lo faremo, se il sistema continuerà a minimizzare questi comportamenti e non a punirli adeguatamente, si moltiplicheranno anche su spinta dell’emulazione più facile attraverso i social, e non solo a danno degli animali, ma anche degli uomini.

VERGOGNA CHI SI MACCHIA DI COSE SIMILI E’ VIGLIACCO E CAROGNA”

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